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Il mio nome è Carlo: trovare una voce per un santo del presente

Carlo Acutis non è una figura consegnata alla memoria da secoli di iconografia, liturgia e rappresentazioni artistiche: è un ragazzo del nostro tempo, un Millennial, con una vita attraversata dalla spiritualità ma anche dalla quotidianità, dalle amicizie, dalla fragilità e dall’energia della sua età. Per Il mio nome è Carlo, film TV diretto da Giacomo Campiotti, Carmine Padula si è trovato così davanti a un problema che è prima ancora musicale che compositivo: da dove partire quando non esiste davvero una tradizione cinematografica a cui guardare?

È lo stesso Padula a definirlo, parlando a Soundtrack City, un «salto nel buio creativo»: «È il primo progetto, in realtà unico nel suo genere, dove si affronta la vita di un santo di oggi. Siamo pieni di film sui santi storici: San Francesco, San Pio, ecc… Questo però è il primissimo film su un santo dei nostri anni. Quindi diciamo che tutti i cliché musicali che ci sono, sono stati azzerati perché abbiamo quasi creato un genere, tra virgolette». È un passaggio importante per comprendere la partitura: Il mio nome è Carlo non cerca un suono religioso già riconoscibile, perché proprio quel repertorio di riferimenti avrebbe rischiato di allontanare Carlo dalla sua dimensione più concreta e contemporanea. «Io a volte quando devo fare qualcosa sento anche i miei illustri colleghi cosa hanno fatto, ma qui non è stato possibile», aggiunge Padula. La necessità di inventare un linguaggio diventa dunque parte stessa del lavoro.

La scelta di Padula parte da una scrittura nella quale il pianoforte occupa un ruolo centrale. È una dimensione intima, contemplativa, vicina a certe sensibilità neoclassiche e minimaliste che hanno riportato la musica strumentale a un rapporto particolarmente diretto con l’ascoltatore contemporaneo. Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questa definizione. Il pianoforte è piuttosto il punto di accesso a una partitura che progressivamente amplia il proprio respiro, aprendosi alla dimensione orchestrale e sinfonica. La musica non rimane sospesa nella contemplazione individuale: costruisce architetture più ampie, affidate all‘ICO – Independent Cinematic Orchestra, protagonista insieme al compositore di un lavoro di direzione e orchestrazione che dà alla colonna sonora una profondità decisamente più ampia rispetto alla sola scrittura pianistica.

È proprio nell’equilibrio tra intimità e apertura che la partitura trova una delle sue caratteristiche più interessanti. La dimensione spirituale di Carlo non viene tradotta attraverso una musica che voglia dichiarare continuamente la propria sacralità. Al contrario, Padula sembra cercare una spiritualità che possa emergere dall’ascolto, lasciando che siano il pianoforte, il respiro orchestrale e la costruzione dei temi a suggerire una dimensione interiore. È una scelta coerente con l’idea di raccontare non soltanto il santo, ma la persona che diventa santo: la luce convive con la fragilità, la profondità spirituale con l’energia, la dimensione eccezionale con quella quotidiana.

Lo dice lo stesso compositore quando descrive il proprio approccio: «Ho cercato di avvicinarmi a questa storia con grande rispetto, lasciandomi guidare dalle emozioni e dalla spiritualità del personaggio: la luce, l’energia, la fragilità, ma anche la profondità del suo percorso umano e spirituale». Sono parole che aiutano a leggere la musica senza sovrapporle un significato estraneo. Padula non individua una sola dimensione di Carlo e non costruisce un unico colore emotivo intorno alla sua figura: cerca piuttosto di tenere insieme componenti diverse, affidandole a un linguaggio che può passare dalla concentrazione pianistica alla più ampia dimensione orchestrale.

In questo percorso pesa inevitabilmente anche il rapporto con Giacomo Campiotti, che precede di molti anni Il mio nome è Carlo. Il loro incontro risale a quando Padula aveva appena 17 anni e studiava composizione in conservatorio, senza immaginare ancora concretamente la possibilità di scrivere per il cinema o la televisione. «Ho iniziato a fare questo mestiere, anche se per me è una passione da sempre, grazie a Giacomo», racconta il compositore. L’incontro avviene quasi casualmente ad Assisi, durante un piccolo concerto: Campiotti ascolta i suoi brani e gli domanda se abbia mai pensato di comporre musiche per un film. Da quella domanda nasce Ognuno è perfetto, il primo progetto insieme.

Da allora la collaborazione si è sviluppata attraverso titoli diversi, fino a Il mio nome è Carlo. È difficile non leggere questo nuovo lavoro anche alla luce di quel percorso: ciò che a 17 anni era una possibilità quasi impensabile è diventato, nel tempo, un rapporto professionale capace di accompagnare Padula attraverso generi, storie e dimensioni produttive differenti. Qui però il compositore torna davanti a una sfida nuova, perché la familiarità con il regista non significa avere già una soluzione musicale pronta. Anzi, il carattere inedito del soggetto impone ancora una volta di cercare.

Interessante è la presenza di rivisitazioni della musica tradizionale dello Sri Lanka, legate a uno degli amici cingalesi di Carlo. La contaminazione culturale entra così direttamente nella narrazione e amplia il vocabolario della partitura, evitando che il racconto musicale rimanga chiuso esclusivamente dentro la dimensione occidentale e orchestrale.

È una scelta che conferma quanto il lavoro sulle musiche diegetiche sia centrale nel progetto. Padula spiega di aver lavorato «affinché ogni elemento musicale potesse entrare nella narrazione in modo organico». La frase è apparentemente semplice, ma definisce bene la direzione del lavoro: non distinguere rigidamente tra musica che accompagna e musica che appartiene al mondo raccontato, ma costruire una continuità nella quale anche ciò che viene ascoltato dai personaggi contribuisce alla definizione del loro universo.

La riuscita di questa operazione passa naturalmente anche attraverso il gruppo di musicisti coinvolti. L’ICO – Independent Cinematic Orchestra offre alla partitura il corpo sinfonico necessario, mentre i solisti ne precisano le diverse sfumature: il violino di Alberto Mina, la viola di Eduardo Caiazza, il violoncello di Luca Pincini, il sax e il clarinetto di Antonio Pizzarelli, la chitarra di Giuseppe La Sala e il pianoforte e i synth dello stesso Padula. Accanto al compositore, Filippo Signorini ha seguito il lavoro come primo assistente, mentre il montaggio delle musiche è stato affidato a Damiano Antinori. Le registrazioni e i missaggi, realizzati agli Abbey Rocchi Studios con Fabio Ferri come ingegnere del suono, completano una filiera produttiva nella quale l’attenzione editoriale di RTI e il lavoro di coordinamento di Paola Vanoni, Antonio Seccia e Marco Testoni accompagnano la realizzazione della partitura, insieme all’organizzazione di Maqueta Records Srl e al lavoro di Fernando Alba e Giancarlo Russo.

Ma il dato più interessante resta quello musicale: Padula non sembra avere cercato di «sonorizzare» la santità, quanto di trovare un modo per renderla ascoltabile senza separarla dalla persona. È una differenza sostanziale. Il rischio, davanti a un personaggio come Carlo Acutis, sarebbe quello di affidarsi a un immaginario religioso immediatamente riconoscibile, fatto di soluzioni solenni e codici già sedimentati. Invece la partitura si muove tra il pianoforte e l’orchestra, tra la contemplazione e il movimento, tra la scrittura originale e le musiche che appartengono al mondo diegetico del film.

Alla fine, la domanda da cui nasce questo lavoro resta anche quella che ne misura l’efficacia: come si può raccontare musicalmente un santo contemporaneo senza trasformarlo in una figura fuori dal tempo? La risposta di Carmine Padula è nella ricerca di una voce che non abbia bisogno di scegliere tra spiritualità e quotidianità. Il pianoforte conserva l’intimità, la scrittura neoclassica e minimalista offre un linguaggio vicino all’ascolto contemporaneo, l’orchestra allarga il racconto verso una dimensione sinfonica e le musiche diegetiche, comprese quelle legate alla tradizione dello Sri Lanka, restituiscono al protagonista un mondo concreto, attraversato da relazioni e culture diverse.

È proprio questo equilibrio a rendere interessante Il mio nome è Carlo: non la volontà di inventare un nuovo cliché religioso, ma il tentativo di farne a meno. Padula parte da un «salto nel buio» perché non ha modelli cinematografici a cui affidarsi e finisce per costruire una partitura che trova la propria identità nella contaminazione tra intimità pianistica, spiritualità, orchestra e realtà contemporanea. Per raccontare un santo del presente, forse, era necessario prima di tutto smettere di cercare una musica da santo.

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