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Sanmartin, storie in movimento

Sanmartin, il nuovo album di Grama Tera pubblicato da Folkest Dischi, mette insieme storie di persone che partono: per lavoro, per amore, per necessità, per guerra, per fame o per il semplice desiderio di trovare altrove una possibilità. Ma accanto a chi parte ci sono sempre quelli che restano. È questo movimento, umano prima ancora che geografico, a tenere insieme le sedici tracce del disco di Umberto Poli e Ricky Avataneo.

Il titolo è già una chiave di lettura. “Fare San Martino”, nella tradizione contadina piemontese, significava lasciare casa e terra quando, l’11 novembre (data dedicata proprio a San Martino di Tours), scadevano i contratti agricoli e non arrivava il rinnovo. Traslocare, dunque, non per scelta ma per necessità. Una consuetudine antica che diventa metafora di tante partenze, anche contemporanee. Persino i bogianen, quelli che non si muovono per definizione, possono essere costretti a farlo.

Poli e Avataneo lavorano su questo materiale con un approccio che tiene insieme ricerca sul campo e memoria personale. Il risultato non ha nulla del recupero filologico fine a se stesso: le canzoni tradizionali vengono rimesse in circolo, accostate a brani originali e attraversate da una sensibilità musicale contemporanea. Taboj, aperta da una vecchia registrazione domestica del padre di Ricky, è forse l’immagine più efficace di questo metodo: una voce privata, conservata nel tempo, diventa il punto di partenza per una storia che riguarda tutti.

La memoria familiare torna anche in Farfalla di Caraglio, ma nel disco non è mai soltanto memoria privata. Le vicende dell’emigrazione piemontese, come quelle evocate in Fare fortuna e Io parto per l’America, appartengono a un’esperienza collettiva fatta di speranze e delusioni. È una delle qualità migliori di Grama Tera: partire da una storia precisa, spesso minuscola, e lasciarle la possibilità di diventare una storia più grande.

Lo stesso accade quando il repertorio popolare incontra il presente. Il naufragio dei battelli sul Po durante l’alluvione del 2016, raccontato in Naufragi dla barca Valentin-a, entra nel disco accanto a canti molto più antichi. Il fiume reale diventa quasi un personaggio mitologico, mentre la musica passa dalla ballata alla tensione elettrica. È un passaggio significativo: la tradizione non viene trattata come qualcosa di concluso, ma come una forma ancora capace di raccontare il mondo.

Anche per questo il suono di Sanmartin convince. Il folk piemontese è il punto di partenza, non il punto d’arrivo. Banjo, mandolino, bouzouki, piva, ghironda, organetto, fisarmonica e scacciapensieri convivono con chitarre elettriche, sax, percussioni e armonica, dentro un impasto che guarda al blues e al rock senza perdere il legame con la musica popolare. Ci sono momenti più ruvidi e altri più raccolti, ma il disco mantiene sempre una propria identità.

Importante è anche la presenza dei numerosi musicisti ospiti: dalle voci di Chacho Marchelli, Simona Colonna e Sandro Boniface agli strumenti di Remy Boniface, Alessandro Zolt, Bati Bertolio, Piercarlo Cardinali, Gianfranco Nasso, Francesca Fumero, Fabio “Bramba” Brambati, Enrico D’Amico e Giorgio Cavagnero. Violino, ghironda, organetti, fisarmonica, piva, sax, percussioni, violoncello e persino cucchiai non sembrano aggiunte decorative, ma voci che contribuiscono a costruire un’idea di musica comunitaria, nata dall’incontro, dalla trasmissione e dalla condivisione.

E alla fine arriva Anteo, quello che non parte. Dopo avere attraversato emigrazioni, fabbriche, treni, frontiere e fiumi, il disco si ferma davanti a un uomo che sceglie di rimanere mentre le borgate si spopolano. È una conclusione semplice e molto bella, perché rovescia la prospettiva: anche restare può essere una scelta difficile, forse persino una forma di coraggio.

Sanmartin recupera dunque storie antiche senza trasformarle in reperti. Le porta nel presente, lasciando che il piemontese conviva con l’italiano, che la piva incontri la chitarra elettrica, che una registrazione di famiglia dialoghi con un arrangiamento contemporaneo. È questa la differenza fra conservare una memoria e tenerla viva.

E le canzoni di Grama Tera, dopo tanti anni, continuano a ricordarci una cosa semplice: le persone cambiano casa, paese, lingua, lavoro e destino. Ma le ragioni per cui partono, e quelle per cui qualche volta scelgono di restare, ci sono ancora tutte.

Roberta Fusco

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