Di Crêuza de Mä Edizioni abbiamo già parlato, raccontandone la nascita e quella particolare idea di editoria che intreccia libri, audiovisivo e comunicazione e che sceglie di portare al centro storie capaci di interrogare il presente, di parlare di trasformazione, coraggio e responsabilità personale. È una linea editoriale che trova una delle sue espressioni più nette nella collana Ostinati e contrari, dove la scelta stessa dei titoli sembra nascere dalla volontà di dare spazio a voci, esperienze e testimonianze che rischiano di rimanere ai margini del racconto dominante.
È proprio dentro questo percorso che si inserisce Gaza – Diario di un medico di Salman Khalid, un libro che affronta uno dei temi più drammatici e controversi del nostro presente attraverso la testimonianza diretta di chi ha scelto di esserci, fisicamente, mentre gli eventi accadevano. Il libro sarà presentato a Roma il 21 settembre, in un appuntamento dedicato alla sua storia e alla testimonianza del suo autore. E noi l’abbiamo voluto leggere…
Salman Khalid è un medico canadese di pronto soccorso con quindici anni di esperienza alle spalle. Durante l’offensiva israeliana sceglie di prestare servizio volontario all’interno dell’ospedale al-Aqsa, a Gaza. Ed è da lì che nasce questo diario: giorno dopo giorno, notte dopo notte, mentre gli eventi stanno accadendo.
Ed è forse proprio questo il primo elemento che rende Gaza – Diario di un medico diverso da molti altri libri che arrivano a raccontare una tragedia quando questa è già diventata storia. Qui non c’è la distanza rassicurante del tempo, non c’è il filtro di una ricostruzione compiuta a posteriori, non c’è la possibilità di ordinare gli eventi dopo averne conosciuto l’esito. C’è il presente. C’è l’urgenza. C’è l’incertezza di chi non sa cosa porterà la giornata successiva.
Khalid non racconta Gaza da osservatore esterno ma ci entra dentro, come un medico per forza di cose deve fare. Entra nelle corsie dell’ospedale, incontra pazienti, lavora accanto a medici e infermieri, vede arrivare corpi feriti, assiste alla pressione crescente su una struttura sanitaria chiamata a continuare a curare anche quando le condizioni rendono quasi impossibile farlo. La sua è una testimonianza fisica prima ancora che narrativa: mani che curano, occhi che vedono, una mente che cerca di dare un ordine a ciò che ordine non ha.
E qui vale la pena soffermarsi sulla figura che il diario ci consegna: Khalid è un protagonista nel senso più pieno del termine, ma non perché cerchi di occupare il centro della scena. Al contrario. La sua presenza sembra continuamente arretrare davanti a ciò che sta raccontando. Non si costruisce come eroe, non trasforma la propria esperienza in un monumento personale, non cerca una retorica della straordinarietà. Registra. Osserva. Cura. Scrive. È proprio questa sobrietà a rendere ancora più potente la sua voce.
La prosa è essenziale, asciutta, priva di compiacimenti letterari. E forse non potrebbe essere diversamente, perché davanti a ciò che Khalid racconta qualsiasi artificio rischierebbe di diventare una distanza, un filtro. Il diario invece cerca di mantenere il lettore il più vicino possibile alla realtà vissuta, lasciando che siano i fatti, le persone e le situazioni a produrre il loro peso emotivo.
Il cuore del libro nasce così da un contrasto che pagina dopo pagina diventa sempre più evidente: da una parte la distruzione che dilaga fuori dall’ospedale — i bombardamenti, le ferite, le corsie che si riempiono, i corpi che continuano ad arrivare — dall’altra la dignità che resiste dentro quelle stesse corsie. Nei medici che continuano a lavorare. Negli infermieri che continuano a prestare assistenza. Nei pazienti che cercano di resistere. Nelle persone che, anche dentro una condizione di devastazione, continuano a essere persone.
È un contrasto di enorme forza narrativa, proprio perché non viene costruito attraverso grandi dichiarazioni. È la quotidianità dell’emergenza a renderlo evidente. Un gesto medico, una decisione presa in pochi secondi, una notte senza riposo, un paziente che arriva, un altro che non può essere salvato. La guerra entra così nella dimensione più concreta possibile: quella del corpo, della sofferenza, della cura.
E la scelta della scrittura in presa diretta rende tutto ancora più difficile da sostenere. Perché non permette al lettore di rifugiarsi nella distanza. Non sappiamo già come andrà a finire la giornata mentre la stiamo leggendo. Non abbiamo la protezione del tempo trascorso. Siamo dentro quella stessa attesa, dentro quella stessa precarietà.
È qui che, almeno per me, l’osservatrice culturale e la lettrice smettono di poter essere separate.
Si può parlare della struttura del diario, della scelta del registro, della sobrietà della scrittura. Si può analizzare il modo in cui una testimonianza personale riesce a trasformarsi in racconto collettivo. Ma arriva un momento in cui l’analisi non basta più, perché alcune pagine chiedono semplicemente di essere attraversate.
E allora resta la reazione più istintiva: la necessità di non voltarsi dall’altra parte.
Davanti a una testimonianza come questa, ciò che colpisce non è soltanto ciò che viene raccontato, ma il rischio che esperienze di questo tipo finiscano progressivamente per diventare rumore di fondo. Una nuova notizia, un’altra immagine, un altro titolo, un’altra tragedia. Il flusso mediatico corre, mentre le persone raccontate in queste pagine restano.
Irene Santopadre
