Portare le voci di domani nel luogo in cui affondano le radici di uno dei più grandi miti della storia della musica: con questo spirito nasce il Premio Internazionale “Enrico Caruso”, la nuova competizione canora promossa dal Comune di Piedimonte Matese all’interno del festival Le radici della voce.
Il concorso, in programma dal 28 al 30 agosto 2026, si affaccia sulla scena lirica internazionale con una formula pensata per supportare concretamente i giovani cantanti: partecipazione del tutto gratuita, massima apertura a ogni registro vocale e un montepremi totale di 14.000 euro. La struttura dei premi vede in palio 6.000 euro per il Primo Premio Assoluto, 3.000 euro per il Secondo, 2.000 euro per il Terzo e 1.000 euro per la migliore esecuzione della Canzone Napoletana. A rendere unica l’iniziativa è anche il Premio Speciale “Enrico Caruso” da 2.000 euro, conferito direttamente dal discendente del tenore presente in giuria al candidato che saprà distinguersi per presenza scenica, adesione emotiva e calore timbrico.
Con una giuria composta da sovrintendenti e direttori artistici dei più importanti teatri d’opera italiani ed europei, il concorso culminerà con il Gala Finale accompagnato dall’orchestra.
Abbiamo intervistato il Direttore Artistico della manifestazione, Franco Moretti, che ci ha raccontato i dettagli, le ambizioni e le quinte di questo nuovo appuntamento lirico.
Partecipare a un concorso lirico può fare davvero la differenza per la carriera di un giovane artista. Perché un giovane cantante oggi non dovrebbe farsi sfuggire l’occasione del Premio Caruso?
Perché è un’occasione a costo zero e a rischio zero, e nel mestiere del cantante è una combinazione rara. L’iscrizione è gratuita, il termine scade alle 23:59 di venerdì 7 agosto, e chi viene ammesso — al massimo quaranta candidati, con comunicazione entro il 17 agosto — trova ad attenderlo una commissione composta da chi le stagioni liriche le costruisce davvero. Il calcolo, per un giovane, è semplice: nessun investimento economico e la possibilità concreta di essere ascoltato da chi ha il potere di scritturarlo.
Ma la ragione vera è un’altra, ed è il Gala del 30 agosto. Un concorso che si chiude con una premiazione lascia in mano un attestato; un concorso che si chiude con un’orchestra sinfonica lascia in mano un’esperienza professionale. Chi arriva in finale canterà accompagnato dai quarantasei professori dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese, davanti a un pubblico vero, in una piazza. Per molti sarà la prima volta in assoluto. E la prima volta con l’orchestra non si dimentica mai: è la sera in cui un cantante scopre se il mestiere che ha scelto gli appartiene.
In giuria ci saranno i vertici di teatri prestigiosi come La Fenice di Venezia, il Carlo Felice di Genova e l’Opera di Maribor. Cosa si prova, da direttore artistico, a radunare nomi così importanti e cosa cercherete davvero sul palco durante le audizioni?
Le confesso che è stata la parte del lavoro che mi ha dato più soddisfazione, ma anche la più istruttiva. Perché la risposta è arrivata rapida e generosa: Nicola Colabianchi dalla Fenice, Federico Pupo dal Carlo Felice, Simon Krečič dall’Opera del Teatro Nazionale Sloveno di Maribor, Fulvio Artiano dal Conservatorio «Martucci» di Salerno. Non ho dovuto convincere nessuno. Questo mi ha detto qualcosa di importante sullo stato reale del nostro sistema: c’è, ai vertici dei teatri, una fame autentica di voci nuove, molto più sincera di quanto il pessimismo di maniera lasci credere. Se offri a un sovrintendente tre giorni di ascolto serio, viene.
Quanto a cosa cercheremo: non la perfezione. La perfezione, a venticinque o trent’anni, è quasi sempre il sintomo di un cantante che ha smesso di rischiare. Cercheremo la voce, naturalmente — il colore, la sanità dell’emissione, la tenuta —, ma soprattutto cercheremo l’intelligenza di ciò che accade fra una nota e l’altra: la parola compresa, il fraseggio pensato, la capacità di reggere una frase fino in fondo senza sbrigarsela. E cercheremo la personalità, che è la cosa più difficile da fingere. Dopo tre o quattro battute si capisce se davanti a noi c’è qualcuno che ha qualcosa da dire, oppure qualcuno che sta eseguendo correttamente.
C’è anche un tocco d’emozione unico con la presenza di Enrico Caruso Junior e l’assegnazione del Premio Speciale. Quanto è importante per le nuove generazioni confrontarsi con la storia e la memoria di un gigante della musica?
Enrico Caruso Junior — pronipote e omonimo del tenore, membro del Comitato nazionale del Ministero della Cultura — sarà con noi come membro honoris causa e consegnerà personalmente il Premio Speciale «Enrico Caruso» durante il Gala. Non è un elemento decorativo: è la cosa che rende questo concorso diverso da tutti gli altri a cui questi ragazzi parteciperanno quest’anno. Ricevere un premio da un uomo che porta quel nome significa capire, in un istante e senza bisogno di spiegazioni, che si sta entrando in una catena che viene da lontano.
Il confronto con la storia, per un giovane interprete, non è un dovere reverenziale: è una condizione di lavoro. T. S. Eliot lo ha formulato una volta per tutte in Tradition and the Individual Talent (1919), osservando che nessun poeta ha un significato compiuto da solo, e che il valore di un artista si misura nel rapporto con i morti. Vale identicamente per i cantanti, con un’aggravante e un privilegio che la letteratura non conosce: nel nostro caso i morti si possono ascoltare. Caruso è stato il primo interprete della storia le cui scelte espressive sono documentate e riascoltabili. Un giovane che si misura con quelle incisioni non sta rendendo omaggio a un santino: sta studiando un collega.
Cosa consiglia a un giovane interprete che si sta preparando ad affrontare la commissione a Piedimonte Matese? C’è un errore da evitare assolutamente durante l’esibizione?
Il consiglio è di scegliere con onestà. La libertà di programma non è un’opportunità di esibizione, è la prima domanda d’esame: ciò che un candidato porta ci dice immediatamente quanto si conosce. Un’aria affrontata con due anni di anticipo sulla propria maturità vocale non impressiona nessuno in una commissione come questa — al contrario, mette in allarme, perché lascia intravedere un percorso di studio mal governato. Un repertorio meno appariscente ma perfettamente posseduto vince sempre. E poi curare la parola: la dizione è la prima cosa che rivela il livello reale di preparazione, molto prima dell’acuto.
L’errore da evitare assolutamente è l’imitazione. Data l’intitolazione del premio, il rischio è concreto: qualcuno arriverà con «Tu ca nun chiagne» tentando di riprodurre il singhiozzo carusiano o quel colore baritonale dell’ultimo periodo. È la strada più breve per uscire dal concorso. Noi non cerchiamo un secondo Caruso — non esiste, e chi ci prova ci mostra soltanto quello che non è. Cerchiamo un primo qualcun altro. Stanislavskij avvertiva di amare l’arte in se stessi e non se stessi nell’arte (Il lavoro dell’attore su se stesso, 1938); tradotto per una commissione di concorso, significa che il candidato che chiede alla musica di servire la propria voce si riconosce in pochi secondi, e non passa mai.
Il Gala Finale vedrà i ragazzi esibirsi con un’intera orchestra dal vivo diretta dal Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli. Che tipo di energia vi aspettate di vivere in quelle serate dal 28 al 30 agosto?
Mi aspetto la tensione bellissima e un po’ feroce che si crea quando quaranta giovani vivono tre giorni nello stesso posto sapendo di giocarsi qualcosa di vero. Chi non ha mai frequentato un concorso immagina rivalità; in realtà accade quasi sempre il contrario, perché sono gli unici giorni dell’anno in cui questi ragazzi si trovano fra pari, fra persone che capiscono esattamente di cosa parlano quando parlano di passaggio di registro o di un’agenzia che non risponde. Dalle amicizie nate nei corridoi di un concorso sono uscite carriere intere.
E poi mi aspetto la sera del 30. Il Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli sul podio, l’Istituzione Sinfonica Abruzzese in buca, Vincenzo Costanzo come ospite d’onore, la piazza piena. C’è un momento preciso, in queste serate, che aspetto sempre: quello in cui l’orchestra attacca e il ragazzo che ha provato quell’aria per mesi al pianoforte sente per la prima volta il proprio suono sostenuto da cinquanta persone. Cambia la postura, cambia lo sguardo. È l’attimo in cui uno studente diventa un cantante, e chi è in sala se ne accorge. Se accadrà anche solo due o tre volte, quest’anno, avremo fatto un buon lavoro.
Francesco Ferri
