Ho attraversato quarant’anni di giornalismo culturale credendo di aver visto quasi tutto. Eppure, quando mi sono seduta a guardare E se ora, lontano — Un’altra voce esiste, il documentario diretto da Massimo Selis e prodotto da Phausania Film, ho sentito qualcosa che non è semplice da descrivere: il disagio riconoscibile di chi assiste a un atto di onestà rara.
Un atto, per essere precisi, di restituzione.
Siamo abituate a vedere i giovani raccontati. Analizzati, classificati, interpretati. Negli studi televisivi, nei convegni, sulle pagine dei settimanali: sociologi, educatori, psicologi che spiegano cosa pensano i ventenni, cosa sentono, dove sbagliano, dove ci sorprendono. È un meccanismo antico, quello degli adulti che si arrogano il diritto di tradurre in parole comprensibili il mondo di chi ancora non sa trovare le parole giuste. Una forma di tutela che è anche, inevitabilmente, una forma di controllo.
E se ora, lontano fa esattamente il contrario. E la radicalità di questa scelta è tale da renderla, a mio avviso, un gesto politico prima ancora che cinematografico.
Il film segue undici giovani tra i venti e i ventisei anni — vengono da Napoli, da Bergamo, dal Friuli, da Lecce, da Roma — che si ritrovano per dieci giorni e dieci notti in un’antica pieve sconsacrata sulle colline sopra il Lago Trasimeno. Non ci sono esperti. Non ci sono mediatori. Non c’è nessun adulto che interpreti, che contestualizzi, che metta in prospettiva. Ci sono solo loro. E parlano.
Parlano della pandemia come di uno spartiacque generazionale. Della responsabilità collettiva. Della spiritualità in un mondo che ha smarrito il senso del sacro. Del bisogno urgente di comunità vera, non virtuale. Parlano con una libertà che, confesso, mi ha commossa — non per ingenuità, ma per l’opposto: per la profondità di chi ha già attraversato qualcosa e ne porta i segni.
La genesi del progetto è, in questo senso, illuminante. Tutto nasce durante il lockdown del 2020, quando Massimo Selis e Belinda Bruni — autori del soggetto e della sceneggiatura, marito e moglie, fondatori di Phausania Film — osservavano come i ragazzi reagivano a quella realtà che aveva travolto tutti. Lo facevano, come spiegano loro stessi, da genitori. Guardavano le proprie figlie e i loro amici. Raccoglievano testimonianze da altri genitori, da insegnanti sparsi in tutta Italia. E notavano qualcosa che il dibattito pubblico sembrava sistematicamente ignorare: in certi giovani c’era uno sguardo diverso, non banale, che però non trovava spazio.
“Molti adulti volevano parlare dei giovani,” scrivono, “ma mancava la voce dei protagonisti. Quasi che gli adulti volessero spiegare ai giovani chi sono i giovani.”
Quella frase, pronunciata con la semplicità disarmante di chi ha finalmente trovato le parole giuste per un’evidenza che si portava dentro, vale da sola l’intero progetto. Perché dice quello che chi come me — chi ha scritto per quarant’anni di cultura, chi ha attraversato decenni in cui le voci delle donne, dei giovani, dei marginali venivano sistematicamente filtrate, moderate, corrette da chi deteneva il microfono — sa riconoscere immediatamente: il silenzio imposto non fa rumore. Si traveste da cura. Da protezione. Da esperienza.
La scelta di non dare la parola agli esperti non è un capriccio stilistico. È una dichiarazione d’intenti. Il cinema di Selis sceglie l’ascolto invece della spiegazione, la fiducia invece del controllo. E lo fa con una coerenza formale notevole: la macchina da presa — a volte digitale, fissa, come uno sguardo che spia da lontano; a volte iPhone, franta e mobile, come se fossero i ragazzi stessi a filmarsi — si adegua a questa filosofia. Anche la forma tace quando è il momento di ascoltare.
Il casting, iniziato nell’autunno del 2023 e concluso a novembre del 2024, è stato un lungo processo di conoscenza reciproca. I ragazzi selezionati non sono stati scelti per la loro rappresentatività sociologica, ma per la qualità del loro sguardo interiore. “Voci di chi ha attraversato la foresta e ha una prospettiva nuova,” scrivono Selis e Bruni. E si vede. Pietro, Ruben, Chiara, Irene, Luca, Francesca e gli altri non sono campioni statistici: sono persone. Persone che portano in scena la propria complessità senza chiedere il permesso di farlo.
Ho sentito, guardando questo film, qualcosa che non avevo previsto: un senso di responsabilità. Quella di noi adulti nei confronti di una generazione alla quale abbiamo spesso offerto parole su di loro anziché spazio per loro. E se ora, lontano non è un documentario sui giovani. È un film dei giovani. La differenza non è grammaticale. È morale.
E il fatto che questo atto di restituzione venga da due genitori, da un regista e da una sceneggiatrice che hanno iniziato osservando le proprie figlie durante uno dei momenti più disorientanti degli ultimi decenni, lo rende ancora più prezioso. Non è cinema militante. È cinema che nasce dall’ascolto, dalla cura, dal coraggio di fare — come dice Selis nelle note di regia — “un passo indietro.”
In quarant’anni di carriera, ho imparato a diffidare di chi parla troppo. I film che ricordo davvero sono quelli che mi hanno insegnato a stare zitta e ascoltare. E se ora, lontano è uno di questi.
