Musica Recensione

Subsonica, 30 anni e non sentirli: alle OGR di Torino un rito collettivo lungo tre ore.

I Subsonica hanno scelto casa per festeggiare. E non poteva essere altrimenti. È a Torino, città che li ha visti nascere nel 1996, che la band ha deciso di celebrare il traguardo dei trent’anni con quattro date evento tutte sold out – dal 31 marzo al 4 aprile – nello spazio suggestivo delle OGR Torino.

Un luogo simbolico, le Officine Grandi Riparazioni, oggi cuore pulsante della cultura contemporanea torinese: ex complesso industriale riqualificato, trasformato in un hub per concerti, mostre ed eventi. Ed è proprio qui che si è consumato uno dei riti collettivi più intensi della musica italiana recente.

Il concerto è stato, ancora una volta, la conferma di una verità stra-nota a chi li segue da anni: i Subsonica dal vivo non si risparmiano, portando sul palco un’energia che ha qualcosa di catartico, quasi liberatorio. Il loro non è mai solo un live, è più un’esperienza condivisa, una dimensione in cui il pubblico diventa parte integrante di un universo sonoro e umano.

La scaletta attraversa tutta la loro storia: dai brani che hanno segnato generazioni fino alle tracce più recenti tratte da Terre Rare, un lavoro che dimostra come la band sia ancora capace di reinventarsi. Non nostalgia, quindi, ma continua evoluzione. Un suono che guarda al presente e prova a raccontarlo, senza rifugiarsi nella propria comfort zone.

Torino emerge in ogni nota. Non solo come sfondo, ma come identità viva: una città stratificata, a tratti nascosta, underground, che i Subsonica hanno sempre saputo interpretare e restituire. È una Torino notturna, pulsante, che vibra tra elettronica e rock.

Tre ore di concerto che scorrono senza cedimenti. E anche quando le gambe iniziano a farsi pesanti, basta la voce di Samuel a riaccendere tutto: “SALTA!”. Un comando, un invito, quasi un rito. E il pubblico risponde, ancora, ancora una volta.

C’è qualcosa di profondamente collettivo nei loro concerti. Una “discoteca-labirinto” in cui perdersi non è smarrimento, ma possibilità di riconoscersi. E da cui non si vuole uscire, perché dentro si trova una forma di libertà rara, autentica. Un’esperienza che svuota e riempie allo stesso tempo.

C’è poi una dimensione più intima, meno raccontata ma altrettanto determinante, almeno per me che scrivo queste righe, che amplifica il senso di questo tipo di esperienza: condividerla con persone care – amiche e amici con cui esiste già un’intesa profonda – trasforma ulteriormente la percezione di ciò che accade. Il gesto collettivo del saltare, del muoversi, del lasciarsi attraversare dalla musica si moltiplica e diventa complicità, riconoscimento reciproco. Non è solo partecipazione a un evento, ma costruzione di un ricordo condiviso, qualcosa che prende forma nello stesso istante e resta, rendendo tutto, semplicemente, più intenso e più vero.

E forse è proprio questo il loro segreto: mentre il mondo fuori appare sempre più fragile, loro riescono ancora a creare uno spazio “dentro” che è sorprendentemente solido, vivo. Ed incantevole.

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