Sta girando fra store fisici e online un’opera preziosa: S’Istoria Infinida, la biografia di Felice Liperi uscita di recente per Il Castello, collana Chinaski, e dedicata ai mitici Tazenda. Un volume, dicevo, prezioso: alla mia età, con una vita passata a inseguire dischi, voci e palchi, riconosco quel timbro inconfondibile che hanno solo i lavori nati non da un’idea di mercato ma da una necessità profonda. E questo, giusto per suggerire un’immagine, è un volume che chiede di essere letto non solo e semplicemente come un prodotto culturale, ma come un paesaggio, a cavallo fra culturale e musicale.
Qui i Tazenda si lasciano sedimentare: la scrittura di Felice Liperi non costruisce una linea retta, ma un tessuto, dove le epoche dialogano, le assenze pesano quanto le presenze e la musica è sempre intrecciata alla vita. Ne emerge una narrazione che ha il passo lungo delle storie orali, quelle che si tramandano attorno a un tavolo o durante un viaggio e che proprio per questo non invecchiano.
La struttura corale è la prima, potente intuizione. Non una voce sola a spiegare i Tazenda, ma una costellazione di sguardi: musicisti, collaboratori, produttori, tecnici, giornalisti. Ognuno illumina un frammento diverso dello stesso corpo sonoro. È come osservare un arazzo dal rovescio e scoprire che i fili, apparentemente sparsi, disegnano invece una figura precisa: quella di un’identità musicale costruita nel tempo, con pazienza artigianale e visione poetica.
Ciò che mi colpisce, però, è la qualità del silenzio – per quanto sempre corredato del ricordo delle loro potentissime canzoni – che attraversa queste pagine. Il silenzio della memoria, prima di tutto. La storia dei Tazenda viene restituita come una lunga conversazione con ciò che è stato: persone, voci, passaggi cruciali. Non c’è retorica, ma una consapevolezza adulta del tempo trascorso, delle trasformazioni, delle perdite che non chiudono, bensì aprono nuove fasi. La continuità della loro avventura, pur tra cambi di formazione e nuove voci, assume così il valore di un atto culturale: restare fedeli a un nucleo, sapendo cambiare forma.
E quel nucleo ha un suono preciso: la lingua. La “limba” sarda, nei Tazenda, non è mai ornamento folklorico. È materia viva, corpo ritmico, respiro collettivo. Leggendo, si percepisce quanto questa scelta linguistica sia stata – e continui a essere – un gesto identitario forte, quasi politico nel senso più alto del termine: affermare che una lingua locale può farsi veicolo di emozioni universali. La tradizione, qui, non è nostalgia: è una sorgente che continua ad alimentare il presente.
In questo dialogo costante tra radici e modernità si colloca anche la dimensione musicale, evocata attraverso racconti di studio, di suono, di palco. Il rock, le collaborazioni, la ricerca timbrica: tutto concorre a definire uno stile che non si è mai chiuso in una formula. L’immagine che mi accompagna è quella di una barca che resta fedele alla propria rotta, pur cambiando vele a seconda del vento. La Sardegna resta l’orizzonte, ma il mare è aperto.
E poi c’è la dimensione performativa, che affiora tra le righe come una seconda pelle. Dai racconti del lavoro dietro le quinte fino alla vita dei tour, si avverte chiaramente che la storia dei Tazenda non è fatta solo di dischi e canzoni, ma di incontri reali, di comunità riunite davanti a un palco. La loro arte si compie nello spazio condiviso dell’ascolto, dove identità e appartenenza diventano esperienza concreta, quasi rituale.
Per questo S’Istoria Infinida supera i confini del libro: è un dispositivo culturale complesso, un racconto che si muove tra parola scritta, memoria musicale e dimensione viva della performance. Un’opera stratificata, sì, ma mai pesante: scorre con la naturalezza delle cose necessarie, e lascia nel lettore–ascoltatore la sensazione di aver preso parte a qualcosa che riguarda non solo una band, ma un modo di stare al mondo attraverso la musica.
Se dovessi definirla con una sola immagine, direi questa: non un archivio, ma un fiume. Un fiume che porta con sé voci antiche e suoni contemporanei, che attraversa generazioni diverse senza perdere il proprio timbro. E che, arrivati a una certa età, si è grati di poter ancora ascoltare scorrere.
