Ascolti Recensione

Mandolin in Concert tra memoria sonora e scrittura del presente

C’è uno spiazzamento iniziale, quasi inevitabile, nell’ascolto di Mandolin in Concert. Uno di quelli che, da ascoltatrice di lunga data e da giornalista abituata a frequentare repertori, linguaggi e stagioni musicali molto diverse tra loro, riconosco come un segnale prezioso. Il mandolino, nell’immaginario collettivo, porta con sé un bagaglio antico, rassicurante, talvolta persino folklorico; eppure, fin dalle prime battute di questo lavoro firmato da Francesco Di Giovanni insieme all’Orchestra a Plettro Costantino Bertucci, ed uscito per Aulicus Classics, quella familiarità viene scardinata e rimessa in gioco. È qui che il disco trova la sua forza più sottile: nel riuscire a mantenere un sapore antico, quasi archeologico per certi timbri, e insieme un tratto sorprendentemente contemporaneo, mai forzato, mai ammiccante.

Mandolin in Concert nasce da una collaborazione solida, stratificata nel tempo, e si sente. La scrittura di Di Giovanni, nutrita da una formazione colta ma attraversata da un sentire jazzistico mai esibito, dialoga con un’orchestra che da decenni lavora sul rinnovamento del repertorio mandolinistico senza tradirne l’identità. L’accuratezza dell’esecuzione è uno degli elementi che più colpiscono: ogni intervento è calibrato, ogni equilibrio timbrico rispettato, ogni dinamica pensata con una cura che restituisce pienamente la complessità di un organico spesso sottovalutato.

I titoli dei brani – Fantasia, Preludio e Fuga, Suite Marco Polo – potrebbero far pensare a un viaggio esclusivamente ancorato alla tradizione, e invece funzionano come porte d’accesso a un linguaggio vivo, mobile. La Fantasia per Orchestra a Plettro, con i suoi movimenti contrastanti, alterna slanci ritmici a momenti di sospensione lirica, mostrando quanto il mandolino sappia essere duttile, persino audace, quando viene sottratto a letture convenzionali. Nel Preludio e Fuga, il dialogo tra i mandolini solisti e l’orchestra crea una tensione elegante, dove il rigore formale convive con improvvise aperture espressive. La Suite Marco Polo, poi, suggerisce un’idea di viaggio che non è solo geografico ma culturale, quasi mentale, attraversando danze e forme antiche con uno sguardo che appartiene chiaramente al presente.

È proprio in questo continuo gioco di rimandi temporali che l’album dice qualcosa di profondamente moderno. Non c’è nostalgia, non c’è compiacimento nel recupero del passato: c’è piuttosto la consapevolezza che certi strumenti, certe forme, possano ancora parlare con voce attuale se affidati a una scrittura onesta e a interpreti capaci di ascoltarsi reciprocamente. Mandolin in Concert è un disco che chiede attenzione, ma la ripaga con una ricchezza sonora e culturale rara, dimostrando come anche un’orchestra di mandolini possa sorprendere, interrogare e, soprattutto, abitare con naturalezza il nostro tempo.

 

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