Interviste

Intervista a Marco Barcaroli

Split To Stay Whole è il titolo dell’album di Marco Barcaroli, un lavoro che vale la pena di scoprire

L’Album in un Ascolto: Per un ascoltatore che non conosce la sua musica, come descriverebbe l’esperienza di “Split To Stay Whole” in poche parole? Ci sono brani che lei consiglierebbe come “porta d’ingresso” per comprendere immediatamente il concept dell’album?

Cruda, decadente ma allo stesso tempo sincera. Per quanto riguarda i brani più “esplicativi” del concept direi: “Healer”, “Wrong Procedure”, “Leland” e “Intrusive Sunday”.Sono secondo me quelli più adatti a chi si affaccia la prima volta a questo tipo di sound e vuole un po’ “assaggiare più cose” e farsi un’idea.

Autobiografia e Chiusura di un Cerchio: Lei ha dichiarato che l’album è stato necessario per “voltar pagina chiudendo quella parentesi sul [suo] trascorso degli ultimi 3 anni”. Cosa può dirci di questa “parentesi” senza svelare troppo, e quanto è terapeutico per un artista utilizzare la sua arte per un bilancio così personale?

Sulla carta non sembrano tanti ma sono successe tante cose a livello personale e un po’ mi ha destabilizzato questa ondata di emozioni concentrate in così poco tempo. Da un punto di vista creativo mi ha dato molti spunti ma forse l’aver “diluito” prima con 7 singoli mi ha dato la possibilità di sperimentare per poi raggruppare tutto con una maggiore maturità. Alla fine il senso di “Split To Stay Whole” è anche questo; ragionare sui singoli aspetti e poi unirli in un unico grande contenitore. Sicuramente è molto liberatorio poter usare la creatività come autoterapia. Il mio amore per l’industrial è nato dal fatto che è un genere così sfaccettato e vario dentro il quale una persona può riversarci più aspetti del proprio trascorso. Iniziai facendo synth pop ma non era abbastanza sincero per quello che volevo trasmettere.

Il Ruolo dei Collaboratori: L’album vede la partecipazione di artisti con background diversi, dal jazz (Michela Lombardi) al rock/pop (Marco Martinelli). Come è riuscito a far convivere stili e sensibilità così distanti all’interno di un progetto prevalentemente Industrial/Elettronico?

L’aver scritto tutti gli arrangiamenti ha mantenuto l’idea che avevo alla base ma allo stesso tempo ho voluto lasciare spazio all’interpretazione dei singoli perché ti da la possibilità di comprendere diversi approcci e di imparare da essi. Un esempio fra tutti è la parte ritmica di “Healer”; lì Marco (Martinelli) ha dato sfogo alla sua creatività ed è questo che mi piace di lui: tanti suoni e tanta sperimentazione con la delicatezza che non stravolge ma anzi arricchisce. Per quanto riguarda Michela, lei non ricade mai nel purismo, anzi è molto curiosa e con la sua elevata esperienza e talento riesce a destreggiarsi anche nel mio genere (sebbene così distante). Già con il mio singolo “This World” ne ebbi la prova e con questo album l’ha riconfermato. Non nascondo che mi piacerebbe molto trovarmi “dall’altro lato” e magari offrire il mio approccio al suono ad un artista con un background distante dal mio. Uscire dalla propria comfort zone musicale a volte è salutare.

Dalla Laurea in Spettacolo alla Produzione Elettronica: La sua formazione accademica in Discipline dello Spettacolo e la successiva specializzazione in Electronic Music Production sono insolite. In che modo gli studi teorici sullo spettacolo hanno influenzato la sua pratica di producer e la sua visione d’insieme dell’album, che ha un chiaro intento narrativo?

Avere anche una forte passione per il cinema ha avuto un notevole impatto sul mio modo di comporre. Lo studio della storia del cinema e della musica per film mi ha dato numerosi spunti, molti di più del “semplice” ascolto di discografia tradizionale. Non a caso la mia tesi di laurea fu su Vangelis e Blade Runner che è uno degli esempi più palesi di quanto il connubio immagine-suono sia potente e segnante. Molti mi dicono che la musica si presterebbe perfettamente ad un film e ammetto che sarebbe un sogno che mi piacerebbe realizzare ma mi rendo conto non sia semplice. L’approccio “cinematografico” per me è fondamentale e ormai divenuto naturale soprattutto nella parte dedicata al sound design; questo penso sia abbastanza conclamato nel mio ultimo lavoro. Ho sempre avuto un profondo rispetto per i compositori cinematografici perché tradurre le idee, le sensazioni e le emozioni di un regista in linguaggio musicale è quanto di più artisticamente sublime possa esserci.

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