Gli articoli di Ginger Magazine

I molteplici ritmi <br>delle<br> Mujeres Creando <br><small> by Marco Buttafuoco</small>



Voce, fisarmonica, violino, chitarra e percussioni; è, più o meno, l’organico di un gruppo di balli popolari. Fa pensare a balere, a feste di paese d’antan. Come molti hanno sottolineato, il fattore principe di questo disco è la sua ricchezza ritmica, la continua varietà di pulsazioni, gli scarti, l’imprevedibilità. Piccoli spostamenti ritmici che raccontano, per usare le parole di Gaber, i piccoli spostamenti del cuore di cui sono tessuti i testi. Un esempio? La seconda traccia, Per sempre e ancora, delicata cronaca degli che precedono la nascita d’un amore che non riesce però a nascere, raccontata da un ritmo trascinante, popolaresco, mediterraneo. 
Anche Ex Valzer è giocato su questa strano mix di ritmi (in questo caso balcanici, o Klezmer) e di sentimenti sfumati, di attese e sospensioni.  Un ballo di piazza per raccontare l’incertezza della vita del cuore. Così Tangorà e Rosaspina (arie di Tango, con quel tanto di melodramma che non guasta mai in una storia d’amore).  
Un’altra prova di questo muoversi fra cultura popolare e racconto di nuovi sentimenti, di nuove stori e femminili è la sesta traccia, Je Parl’E Te. Il testo napoletano e l’andamento melodico del testo dicono del legame che le cinque musiciste hanno con la musica della propria città d’origine, dalla canzone classica a Pino Daniele. La storia, sottolineata da armonie aspre e talora dolenti, racconta un amore fra due donne.  
Particolarmente interessante è anche la riproposizione di Remedios, un vecchio brano di Gabriella Ferri, doveroso omaggio a una delle più grandi artiste italiane. La cantante romana, come le artiste di Mujeres Creando, si muoveva sempre ai confini fra dramma e ironia, fra malinconia e melodramma Più “laterale”, rispetto a questa linea di esplorazione fra poesia e musica popolare, è il sospeso Once more, che immerge l’ascoltatore in un’atmosfera sospesa e inquieta, quasi nebbiosa. Il brano in questione chiude il disco, quasi a indicare una strada diversa per questo ottimo quintetto. 
Davvero un bel disco. 

by Marco Buttafuoco
Cinema 4.0:<br> il profumo del passato in pellicola<br><small> by Margot Frank</small>


In un tempo, il nostro, affogato fra effetti speciali e immagini saturate. In un tempo cioé di emozionalità surfetate e drogate, ogni tanto ci si dimentica del fascino dei colori sbiaditi e della magica bidimensionalità del bianco e nero. Eppure anche questa rete ipercinetica e farraginosa qualche volta ci regala la sosta refrigerante della memoria. E così pullulano i gruppi si Facebook dedicati a raccogliere, da vecchi album di famiglia e scatole polverose, le immagini perdute di città che, nel frattempo, sono mutate e stravolte nei loro lineamenti sostanziali. La realtà è che, consapevoli o meno, tutti noi abbiamo bisogno di radici e di memoria. Ci piace in fondo buttare un occhio al come eravamo, dare un volto e un disegno ai racconti dei padri e dei nonni, cercando di integrare il bianco e nero con il profumo dei cibi e della polvere.
Memorie nostalgiche e preziose che rendono il recupero degli archivi video quanto mai indispensabile. E, mentre molto si è fatto fin’ora per recuperare i grandi capolavori del cinema di ieri e dell’altro ieri, poco si era fatto fin’ora per salvare la memoria a noi più vicina: quella degli archivi di famiglia, ma non solo. Immaginiamo il vasto patrimonio dei primi  documentari scientifici, di quelli che oggi hanno perso luce e colore ma soprattutto attualità. Ma sono testimonianza precisa di un’epoca storica, di ricerche e curiosità che hanno disegnato il tempo attuale. Pensiamo anche a tutti quegli archivi dei servizi televisivi di cronaca di ieri e dell’altro ieri ancora su pellicola. Si tratta della nostra storia. Ebbene questo è il lavoro che un operatore visionario e coraggioso ha deciso di affrontare dall’interno. Si tratta di Tarcisio Basso, patron di Running Tv, che, con il progetto Cinema 4.0, grazie al supporto della Regione Veneto, ha deciso di mettere le mani su tutto un mondo di archivi altrimenti destinati al macero. E così ha costruito in quel del padovano un vero e proprio polo del restauro dell’audiovisivo: chilometri di pellicole da salvare e da restituire ai figli e ai nipoti. E attraverso i quali ricordare e riscoprire un’epoca vicina e pericolosamente lontana.
Diciamo che in un prossimo viaggio ci piacerebbe andare a trovarli e annusare da vicino questi archivi. Con una convinzione: anche il cinema storico ha molto da guadagnare da un recupero così attento della memoria collettiva. Intendo dire che un polo di questo tipo ha la possibilità di compiere un lavoro così curioso e attento del patrimonio culturale e audiovisivo di ieri e dell’altro ieri da poter affrontare con sguardo rinnovato anche la riscoperta di alcune pieghe nascoste del cinema storico.

by Margot Frank

Salvami: biografia di un’anima rock.<br> Persa e ritrovata<br><small> by Alessandro Hellmann</small>


I tipi di Chinaski confermano il loro fiuto per le biografie di musicisti controversi, in bilico tra autodistruzione e salvezza. “Come ho trovato Dio, lasciato i Korn, dato un calcio alle droghe e vissuto per raccontare la mia storia”, recita un esplicito e poco incoraggiante sottotitolo che pare concepito dalla zia di Paolo Brosio, ma, superato questo primo scoglio e i preconcetti del caso, il libro scorre con una certa scioltezza, sul filo di una narrazione di disarmante semplicità, accessibile e a suo modo efficace, che va dritta al sodo senza dilungarsi in languori proustiani (“Io facevo spesso lo stronzo e la trattavo di merda” e “la speranza finì nel cesso” sono giusto un paio di assaggi per indicare la collocazione stilistica): una tipica cittadina di provincia americana, una tipica famiglia americana, una tipica adolescenza americana a base di film horror, videogiochi, bulletti, fast food, stazioni di servizio, taccheggio, acne, alcol, droga, droga a bizzeffe, ancora droga, un quotidiano fatto di piccole vicende poco edificanti (o, per meglio dire, fatto e basta), con più ristagni e cadute che slanci, e infine - grazie al cielo - una chitarra elettrica e, dopo una sfilza di gruppi durati il tempo di un concerto, i Korn. Oltre ad aprire una finestra su un’esistenza dilaniata tra il delirio dei tour e delle dipendenze e un’affettività assai problematica, il libro offre al lettore anche un’opportunità di riflessione su enigmi di carattere etico e socio-antropologico: che vorrà mai dire ad esempio per un americano “spassarsela nello stile europeo”? Oppure, ancora, che cos’è la violenza per qualcuno che, dopo aver picchiato ripetutamente per anni la sua ragazza, percuotendola anche con uno skateboard, afferma candidamente di non essere un violento? Il romanzo di formazione di Welch ha per motore interno la costante ricerca di un antidoto alla noia e al dolore, di una salvezza (anzitutto, appunto, da se stesso, dalle sue debolezze). Ne risulta un ritratto onesto, a tratti perfino toccante per il contrasto tra il bordone di squallore e brutalità e qualche improvviso bagliore di tenerezza. E proprio in questa onestà di fondo, senza filtro, sta la sua forza e la sua capacità di coinvolgere il lettore in una vicenda altrimenti confinata all’interesse più o meno morboso dei fan del gruppo.

Salvami da me stesso, Brian “Head” Welch (Chinaski 2018)

by Alessandro Hellmann
Il lungo viaggio di un fiume rubato: dalla Valbormida a Charlie Hebdo<br><small> by Alberto Molinari</small>

Era il 2005 quando Marcello Baraghini, Il leggendario editore di Stampa Alternativa, decise di scommettere sul manoscritto de “Il fiume rubato” (che ribattezzerà poi “Cent’anni di veleno”), definendolo in un editoriale “uno straordinario esempio di narrativa sociale, così lontana dai salotti e dai riflettori che accompagnano come zecche i Baricchi e le Melisse e così vicina, invece, alla grande narrativa sociale del '900”.
Quel manoscritto, opera prima di Alessandro Hellmann in prosa, raccontava la storia incredibile e misconosciuta dei 117 anni di lotta, di generazione in generazione, della gente di una piccola valle del cuneese contro l’inquinamento chimico dell’Acna di Cengio.
Il libro, accolto dalla stampa come “un capolavoro di tecnica narrativa” e spesso accostato al lavoro di Marco Paolini sulla tragedia del Vajont, nasceva insieme ad un monologo teatrale, interpretato dall’attore Andrea Pierdicca con la regia di Nicola Pannelli (Narramondo Teatro), che, dopo le prime rappresentazioni nei circuiti teatrali, viaggerà con spirito militante per oltre cento date in teatri, piazze, cascine, spiagge, rifugi di montagna, chiese sconsacrate, centri sociali e presidi di movimenti.
Sul finire del 2017 la casa editrice transalpina Les éditions timbuctu ha riedito in italiano e in francese questo piccolo classico della letteratura resistente in una versione riveduta e aggiornata dall’autore, accompagnata dal DVD del monologo, prodotto da Gargagnanfilm per la regia di Diego Scarponi, e da una toccante prefazione di Fabrice Nicolino, giornalista di Charlie Hebdo, esperto di questioni ambientali.
“Questo libro mi commuove”, scrive Nicolino; e aggiunge: “è un libro sociale, ecologico e politico, certo, ma è anche letterario. Si sente in più di una pagina il soffio antico e perennemente nuovo dell’epopea. Scommetto che non vi pentirete di averlo letto.”
La storia di questa piccola valle è dunque tornata a valicare i confini nazionali, come già era accaduto con la rappresentazione del monologo al Théâtre de l’Ogresse di Parigi nel 2014.
Sulle ragioni dell’interesse per la vicenda Acna-Valbormida al di fuori dell’angusta geografia locale si esprime con lucidità Andrea Pierdicca: “Questa è la storia di un fiume rubato alla gente, di un fiume maltrattato, offeso e ferito; è la storia dell'arroganza miope di una gran parte del 900 industriale. Una storia particolare che, come tutte le storie archetipiche, diventa universale perchè tutti ci si riconoscono, perchè c'è un fiume pulito da difendere che scorre in ognuno di noi.”
Esaurita in poche settimane la limitata tiratura iniziale del libro+DVD in italiano e in francese, la casa editrice ha promosso una campagna di crowdfunding per sostenere una nuova tiratura più ampia e il progetto di una futura edizione in lingua inglese. Chi fosse interessato può partecipare prenotando la sua copia al link: https://www.kisskissbankbank.com/it/projects/le-fleuve-pille-il-fiume-rubato
Il fiume continua a scorrere.

by Alberto Molinari
Roma Golpe Capitale: obbligatorio riflettere. Il documentario sul caso Marino<br><small> by Barbara Bianchi</small>


Roma Golpe Capitale è il racconto di un sogno. Di un sogno infranto e abbattuto violentemente come solo i grandi sogni possono crollare: il sogno del cambiamento, di una rivoluzione senza se e senza ma. Quella rivoluzione che ha voluto sovvertire le logiche dell’interesse e inaugurare un’amministrazione efficiente, pulita e banalmente logica. Roma Golpe Capitale è il racconto della vicenda violenta ed oscura di Ignazio Marino e della sua Giunta: di una Roma perduta e senza speranza. Dietro la telecamera, fredda e appassionata, di Francesco Cordio oltre a Marino passano i volti e le parole di personaggi come il Giudice Caselli, giornalisti come Massimiliano Tonelli, fra le voci più critiche ai tempi dell’amministrazione Marino contro il Sindaco marziano, oggi uno dei maggiori difensori del suo operato. Il blogger Francesco Luna. Ma anche Federica Angeli, l’ormai tristemente celebre giornalista di Repubblica sotto scorta per aver disvelato le sozzure di Ostia e dei suoi clan mafiosi.
Roma Golpe Capitale è sulla carta un documentario: nei fatti ha la fotografia e il tratto narrativo di un film. Non è un’inchiesta: non mette a confronto difensori e accusatori. Non lo fa e non lo vuole fare. Perchè racconta, scientemente e senza farne mistero, la voce di chi voce non ha avuto: soffocato da una stampa ammalata di scandali, poco lucida, quando non anche corrotta. Con la colpa, questa sì, di aver mal comunicato il proprio lavoro e di aver preteso di sovvertire un sistema troppo radicalmente e troppo in fretta. Presunzione di un accademico? Forse...
Roma Golpe Capitale da molte spiegazioni, ma lascia allo spettatore lo spazio per fare la sua riflessione. E’ uno di quei film che obbligano a pensare e al confronto, anche dialettico, con chi hai accanto. Un piccolo grande miracolo.
Insomma, Roma Golpe Capitale è un gran bel film.


by Barbara Bianchi


La forza delle donne, al di là dei luoghi comuni….<br><small> by Margot Frank</small>


C’era qualcuno, non ricordo più chi, che diceva che se a capo dei Paesi ci fossero donne ci sarebbero molte meno guerre, perchè le donne, in quanto madri, difendono istintivamente la prole e sono più pronte, istintivamente, ad evitare quei conflitti che possono portare morte e distruzione. E’ un assioma che zoppica, questo, e si scontra contro l’evidenza, per esempio, delle donne della Mafia, spesso più spietate dei propri uomini. Eppure, sotto sotto, sappiamo tutti che qualcosa di vero c’è. La forza delle donne dei giornalisti Laura Aprati e Marco Bova è un magico inno a questa maternità, vera e propria linfa vitale dei popoli, in nome della quale si incontrano e si abbracciano idealmente le protagoniste di questo documentario: le donne profughe dal Kurdistan, cariche del fardello di figli spesso devastati e di uomini depressi e deprivati nella fuga del proprio ruolo sociale, e le donne dei paesi limitrofi, costrette dalla storia ad accogliere questa massa di povertà fra le mura della propria di povertà. Come anche è un inno alla dignità delle sue protagoniste. Con il piglio del giornalismo d’inchiesta e la poesia della scoperta di un’umanità sofferente eppur sempre dignitosa, Laura Aprati (autrice) e Marco Bova (regista) ci regalano uno spaccato di densa umanità, ce lo spiegano e ci obbligano a riflettere sulla necessità dell’accoglienza come gesto primitivo della nostra umanità più profonda.
Poco più di mezz’ora di immagini, pensieri e molti fatti, che scorrono davanti agli occhi in un soffio e rimangono nel cuore gonfio di emozione a lungo.
Vale la pena ricordare che il documentario è stato realizzato con il supporto di Focsiv che da tempo porta avanti la campagna Humanity. Sottotitolo: esseri umani con gli esseri umani.
E che, fra gli intervistati, spicca la splendida e coraggiosa Rima Karaki: la giornalista libanese diventata celebre per aver zittito in diretta e con coraggio l’avvocato e sceicco islamista Al-Seba’i.
Il documentario sarà in tour. Per le date www.laforzadelledonne.com.


Margot Frank



Le stelle rare e preziose <br>delle <br>Mujeres Creando<br><small> by Margot Frank</small>




Mettete cinque donne. Tutte musiciste. Tutte napoletane. Mettete loro in mano strumenti della tradizione e della contemporaneità: un canto che buca per la sua passione (Assia Fiorillo), una solida e melodica chitarra (Claudia Postiglione), un violino che canta (Igea Montemurro), una calorosa voce di fisarmonica (Giordana Curati), una batterista che sa giocare con il ritmo (Marisa Cataldo). Affidate loro il tema più antico del mondo, l’Amore. Dipingete storie e sentimenti su un grande murales dai tratti etnici e dai colori immediati di certo pop di qualità. Sul fondo immaginate un cielo caldo come tanti orizzonti del mediterraneo. Shakerate e mettetevi in ascolto. Vi verrà voglia di ballare e di cantare, di commuovervi e di ricordare. Perché fra le pieghe delle storie raccontate e cantate da queste artiste dirette come la migliore tradizione partenopea sa fare ci sono anche le vostre storie e in una è inevitabile che vi ritroviate…

E questa è la magia della musica…




Tutto questo e molto altro fra le pieghe di un bellissimo cd, a firma Mujeres Creando: Le stelle sono rare. Un nome e una promessa.
Dal nouveau tango al gipsy jazz, alla contemporanea world music, in questo lavoro delle Mujeres Creando si sente la dolcezza della morna di Cesaria Évora, ma anche la raffinatezza di Caetano Veloso o l’intensità di Susana Baca. Ma anche, perchè no, di Vinicio Capossela, Avion Travel e Pino Daniele. E di certa tradizione mediterranea. Mentre gli arrangiamenti risentono dei profondi ascolti della tradizione francese, in alcuni casi di certo kletzmer alla Bregovich. Gli arrangiamenti vedono la collaborazione di Ernesto Nobili che ha offerto anche basso e chitarre. Fra gli ospiti, al pianoforte, Elisabetta Serio.
Il cd è uscito per Apogeo Records e per le edizioni di Marechiaro. E' distribuito da Edel.

by Margot Frank


La calda voce dei Cinqueinpunto con i loro <i>Imbonitori e mignotte</i> in salsa rock<br><small> by Margot Frank</small>


Bussano alle porte delle emozioni con la voce particolarissima del loro leader, Pierluigi Manazzoni, i Cinqueinpunto: Leonardo Battistuta alle chitarre, Claudio Liani alla batteria, Luigi Peresano alle tastiere, Flavio Floreani al basso. Dopo anni di palco, di cambi di nome e di rimpasti nella formazione escono con un loro album pieno di cuore passione, voglia di dire e di suonare. Si tratta di Barkers and Sluts (... and rockers), ovverossia imbonitori e mignotte (...e rocchettari): un concept album uscito alla fine del 2017 per i tipi di Folkest Dischi dal sound rock progressive che vuole invitare, in modo personale ed energico, a pensare con la propria testa. Messaggio forse non originalissimo ma sicuramente lodevole: repetita, in questo caso, sicuramente iuvant. Come direbbe un qualsivoglia letterato latino d’altri tempi.
Al di là delle lodevoli intenzioni programmatiche, che non hanno niente di nuovo, pur nella veste sincera e, come tale, sicuramente profonda, questo album arriva per la passione: della voce e delle tracce musicali, tutte dirette, emozionali, cariche di calore, in questo sinceramente rock nelle intenzioni e nello stile.
Ne hanno masticata di musica e di palco i Cinqueinpunto: hanno ascoltato con passione i grandi del passato, li hanno ingurgitati e rimasticati ed ora ce li restituiscono rinfrescati di un certo sguardo fresco e nuovo.
Tutti ingredienti che rendono questo un disco autentico e godibilissimo. Da scoprire anche nel live...

by Margot Frank

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