Gli articoli di Ginger Magazine

Cultura <br>ai titoli di coda<br><small> by Giorgio Pezzana</small>


La Cultura, bistrattata e dimenticata, ora dovrebbe farsi carico del rilancio del territorio, delle ricadute occupazionali ed anche di attenzioni particolari in ambito sociale? Parrebbe un paradosso ed invece è quanto si cela dietro ad una definizione che negli ultimi tempi è diventata quasi uno slogan istituzionale: “cultura produttiva”. Insomma, la cultura deve produrre, deve rendere, deve essere business, diversamente viene accantonata. Il rimbalzare di questa convinzione negli ambiti più disparati (e fors'anche disperati) è a dir poco inquietante. Ad onor del vero, tutto è scaturito da un qualcosa di molto distante da ogni presupposto produttivo: i “tagli” imposti dal sistema europeo per far quadrare i conti dei Paesi membri, secondo quanto previsto dal cosiddetto “patto di stabilità”. “Tagli” che hanno colpito ogni settore, soffermandosi però con insistenza e pervicacia soprattutto sulla cultura. Da qui l'invenzione di nuove formule pensate per non affrontare l'impopolarità del classico “non abbiamo un euro” traducendo lo stesso concetto in un assai più elegante nuovo percorso all'insegna della “cultura produttiva”. L'input è arrivato dal Governo, ma ha trovato immediati seguaci nelle Regioni e nelle Fondazioni bancarie, alle prese da sempre  con un associazionismo culturale attivissimo, alla costante ricerca di sostegni finanziari, trattandosi di attività “no profit”. Ecco quindi comparire nuovi bandi caratterizzati da lacci, lacciuli, paletti e parametri tesi soprattutto a scoraggiare i richiedenti ed a mettere con le spalle al muro coloro che volessero andare oltre alla prima, comprensibile, fase di scoramento. Domande del tipo “Quali ricadute sul territorio si ritiene possa produrre la vostra iniziariva?”, “Quali opportunità occupazionali si ritiene possa fornire?”, “Quanti dipendenti operano nel vostro progetto?” rivelano chiaramente la volontà di sbarazzarsi di chi lavora in ambito culturale senza tener conto di quei presupposti di “produttività” che sono divenuti la parola d'ordine di un delirio alla moda. Già perchè, secondo questi nuovi princìpi, dovrebbero essere le Associazioni a determinare ricadute produttive sul territorio, dovrebbero essere le Associazioni a generare opportunità occupazionali e sempre le stesse dovrebbero anche avere dei dipendenti, per altro in aperto contrasto con i concetti di “no profit” che evidentemente sottendono un'attività prevalentemente, se non totalmente, di volontariato. Non solo, poiché anche i settori dell'Istruzione e dei Servizi Sociali navigano in cattive acque, sono gradite e fanno premio eventuali iniziative didattiche e/o aperture sul sociale. Ma le Associazioni culturali non possono evidentemente offrire queste garanzie e non hanno il dovere di assolvere compiti che spettano allo Stato, alle Regioni ed agli organi istituzionali. Ed allora si spalancano le porte alle imprese (ovviamente “amiche”), che danno vita ad improbabili “cordate” per arraffare la gestione di strutture e realizzare progetti “produttivi” in ambito culturale. Ben sapendo che la cultura non può essere “produttiva”, come dimostrano ampiamente i vorticosi deficit di enti lirici e teatri, gli affanni dei musei, la crescente crisi della musica e dell'editoria. Porte aperte alle imprese insomma, alle quali va il sostegno istituzionale, anche mettendo in campo soldi pubblici. Denari che vengono assegnati ad  Associazioni fasulle che sorgono in seno alle imprese stesse per poter ricevere finanziamenti da Regioni e Fondazioni bancarie, che diversamente non potrebbero finanziare in modo diretto attività imprenditoriali, cioè realtà private con fini di lucro. Denari che vengono sottratti anche alle Associazioni più attendibili. In tal modo si condannano a morte le Associazioni vere, quelle che non fanno impresa e non cercano profitto, ma che sono state per decenni la vera spina dorsale del sistema culturale italiano, continuando ad operare anche in quegli ambiti nei quali il sistema imprenditoriale se la sarebbe data a gambe per palese “improduttività”. E, a coronamento di questa riflessione, poniamo anche la qualità dei progetti messi in campo. Se la priorità è rappresentata dal tornaconto, è evidente che sarà sempre prioritario ciò che rende su ciò che fa davvero cultura. Nessuna impresa, che sia davvero tale, è così filantropica tanto da essere disposta a rimetterci (o anche semplicemente a pareggiare i conti) per  sostenere un progetto che non dia garanzie quasi assolute di guadagno. Da qui le fosche prospettive per il futuro. E il quasi incontenibile desiderio di affidarlo ad una piadina sotto all'ombrellone di una spiaggia di Rimini.

by Giorgio Pezzana
Final Step <br>la fusion è ancora viva! <br><small> by Antonio Cifola</small>


La fusion e il jazz-rock hanno avuto tra gli anni '70 e i '90 il periodo di massimo fulgore e popolarità. Ma nonostante questo la comunità jazzistica non ha mai veramente del tutto amato questa evoluzione stilistica. Eppure Miles Davis, Weather Report, Herbie Hancock, Chick Corea e Yellow Jackets, solo per citare qualche esponente di quel movimento musicale, non sono stati certo meteore ma piuttosto artisti che hanno influenzato in maniera importante la storia del jazz moderno. Anzi l'hanno proprio rivoluzionato. Purtroppo però il genere ha subito un rapido declino, dovuto ad una produzione discografica progressivamente sempre più stereotipata, che solo oggi a distanza di circa 20 anni ha ritrovato nuove energie con band americane come ad esempio gli Snarky Puppy.

I Final Step, ottetto svizzero fondato dal chitarrista Matteo Finali, è appunto una formazione il cui evidente obiettivo artistico è rinnovare e reinterpretare il jazz-rock mantenendo comunque un collegamento con i padri fondatori del movimento. Una sorta di new fusion in chiave europea. Il gusto, la padronanza tecnica e la ricca discografia dei Final Step fanno il resto.  E' di questi giorni la pubblicazione del loro quarto album Live at Estival Jazz registrato durante un concerto a Lugano nel 2016.

Il disco inizia con Sultans, un brano di chiara matrice world-fusion con echi klezmer, intriso di godibilissimi intrecci tematici con un ispirato solo finale di sax soprano di Mirko Roccato. Ipnotico l'andamento ritmico di Obatala con un buon interplay della coppia Finali-Buonarota e la tensione delle tastiere di Pezzoli. Jojo's Blues e The Two-Bear Mambo sono due brani che sembrano qua e là ammiccare a certo funky anni '70 di Billy Cobham dove la sezione ritmica della band è particolamente ispirata, come anche nel fiammeggiante finale di Essaouira. Un funk più contemporaneo torna in In A Brooklyn Store dove fa capolino anche l'hammond di Alessandro Ponti. Il brano che chiude la tracklist è Uncle Joe's Space Mill con l'intenso fraseggio della chitarra di Matteo Finali che sembra liberarsi in tutta la sua energia.

Un bel disco questo dei Final Step che testimonia la qualità della scena jazzistica svizzera ma che soprattutto dimostra come la fusion e il jazz-rock non siano solo un esercizio di stile ma una musica ancora splendidamente viva e vitale.

by Antonio Cifola

Final Step
Live at Estival Jazz

Matteo Finali, Chitarra Fabio Buonarota, Tromba e Flicorno Mirko Roccato, Sassofoni Gabriele Pezzoli, Tastiere Alessandro Ponti, Hammond Francesca Morandi, Basso Dario Milan, Batteria Silvano de Tomaso, Percussioni
La musica e la dura legge dello skip<br> <small>by Marco Testoni</small>



Avete mai provato a far ascoltare per intero un Cd ad un adolescente? Missione quasi impossibile perché la sua tentazione di cliccare sul tasto skip sarà martellante ed ossessiva. I nativi digitali interrompono l’ascolto o la visione di quello che stanno fruendo se la loro attenzione non viene continuamente sollecitata da contenuti interessanti, accattivanti e seducenti (nel campo dell’audiovideo Netflix ha addirittura introdotto il tasto skip-intro per saltare le sigle delle serie tv). 30 anni fa l’operazione sarebbe stata più faticosa perché ogni volta ti saresti dovuto alzare dalla sedia e cambiare disco. Oggi è tutto molto più semplice perché il tasto skip è sul nostro smartphone, sul palmo della nostra mano. Inoltre i file a disposizione sono tantissimi e tutti gratuiti, una scelta infinita a costo zero. L’ascoltatore contemporaneo vive quindi una condizione che predispone costantemente al non approfondimento e che stravolge la percezione ed il proprio grado di attenzione.

Hubert Léveillé Gauvin, un musicologo dell’Ohio State University, ha condotto una ricerca sui cambiamenti dei processi creativi applicati alla musica pop realizzati dagli anni ’80 ad oggi. Ecco le principali variazioni avvenute: le introduzioni strumentali sono scomparse la parte vocale occupa ormai la quasi totalità dei brani, il ritornello appare già dalle prime battute, il Bpm è notevolmente aumentato perché un ritmo più veloce cattura più facilmente l’ascolto ed infine i titoli delle hit sono sempre più brevi per aiutarne la memorizzazione.

In breve la canzone assomiglia sempre di più ad uno spot pubblicitario. Ma di quale prodotto? Léveillé Gauvin ipotizza che, vista la gratuità dell’ascolto in streaming, il business musicale si sia spostato altrove (concerti live, merchandising, diritti di sincronizzazione etc...) e la pop song in sé è ormai divenuta solo uno spot del marchio dell’artista. E come tale risponde principalmente agli stessi criteri estetici e di marketing che regolano la produzione di un commercial. In questo senso non c’è nulla di anomalo perché la pop music ha sempre dovuto sottostare alle regole del mercato, semmai le reali novità sembrano essere altre: la musica registrata non ha più un valore commerciale e la musica pop ha un valore solo se legata ad un evento live, un servizio o un articolo. Insomma è più importante l’indotto che il prodotto.

La questione che però a me sembra fondamentale è se questo tipo di percezione e fruizione musicale, che per ora sembra confinato alla musica pop e all’home entertainment, non vada alla lunga ad imporre non solo un modello di consumo ma un modo di pensare, creare, ascoltare e vedere che svilisce il concetto stesso di arte. Un’attività creativa che per sua natura ha bisogno di varietà espressiva e dinamica dove l’economia dell’attenzione non può essere l’unica regola vigente ed essere attraenti non può essere l’unico antidoto allo skip.

by Marco Testoni 

PS 1 Io stesso scrivendo questo articolo avrei dovuto curarmi di condurre velocemente il lettore verso quello che voglio comunicare e cioè: approfondite i vostri ascolti musicali!
PS 2 Ripensandoci, dopo il centesimo passaggio radiofonico di Despacito, trovo che lo skip sia un tasto fantastico!


Hubert Léveillé Gauvin 
Has music streaming killed the instrumental intro?
https://news.osu.edu/news/2017/04/04/streaming-attention/
Suoni di strada allo Strongoli Festival<br><small> by Margot Frank</small>


C’è un paese in Calabria, sulla costa jonica, in provincia di Crotone, che propone per il prossimo 6 agosto la seconda edizione di un festival molto interessante, il Suoni di Strada Strongoli festival.
Il paese è, appunto, Strongoli e l’evento si svolgerà nella sua parte marina, quella che si è sviluppata lungo la costa. A  partire dalle ore 09.00 fino all’alba del giorno dopo, sulla lunga “spiaggia dei brillantini” e per  le strade della cittadina ionica, l’antica Petelia fondata dal mitico Filottete, amico di Ulisse, si potrà assistere  a concerti, performance improvvisate, danze, pitture estemporanee, graffiti, e gustare anche piatti tradizionali strongolesi accompagnati da ottimo vino locale.

Ecco cosa ci dicono in proposito il direttore artistico Salvatore De Siena (anche leader del Parto delle Nuvole Pesanti), e la sua responsabile Organizzativa Stefania Leotta.

Salvatore De Siena
Musicista, fondatore e leader del Parto delle Nuvole Pesanti, direttore artistico, ideatore di progetti…tanta arte nel tuo percorso. Raccontaci qualcosa e come nasce poi la tua collaborazione con il festival Suoni di Strada?
Il percorso con il Parto delle Nuvole Pesanti dura da oltre venti anni. Abbiamo ormai consolidato la nostra attività artistica tra concerti e progetti culturali che portiamo avanti con il nostro percorso fatto di musica e impegno civile.
Di recente, insieme ad un gruppo di professionisti creativi, ho fondato l’associazione di promozione sociale e culturale GirodiValzer, che si occupa di progettazione e produzione di eventi. Con GirodiValzer cerco di dare spazio alla mia attività di ideatore e direttore artistico di diversi festival e progetti musicali, culturali e sociali (La valigia d’identità, I colori dell’abbandono, Terre di Musica – Viaggio tra i Beni Confiscati alla Mafia).

La collaborazione con il festival Suoni di Strada nasce da una telefonata che un giorno di giugno dell’anno scorso mi fece Stefania Leotta, la responsabile organizzativa del festival alla quale sono legato da profonda amicizia. Lei mi disse che avevano avuto l’idea di fare qualcosa dedicata alle street band perché un loro amico ne aveva costituita una a Strongoli e mi chiese se potessi dare una mano.. Ho visto tanto entusiasmo sincero ed autentico dietro quella richiesta, ho visto la passione di un gruppo di giovani di Strongoli, il mio paese nativo, che voleva lanciare un segnale di cambiamento in una realtà difficile. Raccolsi la sfida e partì in fretta e furia la prima edizione del festival che dedicammo interamente alle street band tanto che l’evento si chiamò "Street Band Festival"

Qual è l’idea artistica che hai seguito per il festival?
Nella prima edizione del 2017 non c’è stato tanto tempo per fare grandi cose ma sin dall’inizio ho avuto in mente che, visto la scarsità di risorse economiche potevo contare solo su idee originali. Allora ho pensato di sfruttare il mare, una risorsa naturale che può dare originalità al festival. Ho chiesto a tutti gli artisti una complicità per coinvolgere i bagnanti con performance sparse sui cinque chilometri di spiaggia della baia di Strongoli. L’anno scorso quest’idea ha registrato un sorprendente successo evidentemente perché non tutti i giorni si vedono musicisti a piedi scalzi a marciare e suonare sulla spiaggia in piena libertà espressiva. E chissà che nelle prossime edizioni non li faremo sbarcare dal mare…

Cosa sono i suoni di strada ?
Per me i suoni di strada sono un concetto in continua evoluzione e comunque un concetto aperto. Il nome “Suoni di Strada" nasce dall’esigenza di aprire lo sguardo verso tutte quelle culture musicali che oggi si incontrano e si ascoltano per strada, nonché verso quella tradizione musicale popolare che di strada ne ha fatta tanta - come le Bande Musicali - peraltro molto radicata nelle comunità del Sud. La scelta della parola Suoni anziché Musiche trova la sua giustificazione proprio nel fatto che il Festival intende includere eventi che esprimano i suoni in senso più generale mentre le musiche fanno riferimento soltanto a fenomeni musicali, come suoni dei mercati di strada, o a quelli della parola letta in reading estemporanei realizzati in angoli inconsueti. Suoni insomma che raccontino, con varie espressioni artistiche, tutte quelle vibrazioni che ci arrivano all’orecchio e che costituiscono la nostra esperienza acustica, dal suono degli ambulanti a quello dei cantastorie, da quello dei nostri dialetti a quello della natura. E’ quasi un’idea filosofica ed esistenziale dell’arte e della musica che sembra essere lontana dalla “strada” ma in realtà è tutta la nostra vita. D’altra parte Il “mondo della strada” è un fenomeno sociale e popolare, magico e affascinante che da sempre ha suscitato anche l’interesse del cinema, della musica e della letteratura. Basti pensare al film La Strada di Federico Fellini alla canzone Pezzi di Vetro di De Gregori, al divertente Bert, amico di Mary Poppins, che sbarcava il lunario tra performance musicali per le strade o ancora ad artisti come Dario Fo o musicisti come Rod Stewart, Tracy Chapman, Ed Sheeran, Sting, e persino la mia band, Il Parto delle nuvole Pesanti, con la quale realizzai il primo disco proprio con i soldi raccolti in un mese di cappello nelle vie del centro storico di Bologna…

Un festival di un solo giorno, ma un giorno intero…con eventi che iniziano la mattina e terminano all’alba del giorno dopo. Un’immersione breve ma intensa in diverse discipline artistiche. Ci racconti qualcosa in più sul programma? 
Cerchiamo di fare necessità virtù e di trasformare il bisogno in leva dell’ingegno… Così non potendoci permettere di fare un festival di tre giorni non solo per mancanza di risorse finanziarie ma anche di risorse umane, ci è venuta l’idea di una giornata intensa e no stop, dal mattino fino all’alba del giorno dopo. E’ un’idea che valorizza l’elemento della sorpresa, dell’intensità emotiva, dell’immaginario che proprio la brevità dell’esperienza consente di sviluppare. Il Festival aprirà i battenti alle ore 9 di domenica 6 agosto con un concerto itinerante “a scomparsa” della banda musicale di Strongoli Leonardo Vinci accompagnata dagli armonici passi delle Majorettes Proloco  Strongoli. A seguire ci saranno alcuni flash mob. Il gruppo folkloristico Aqila a sorpresa ballerà su ritmi vertiginosi in abiti tradizionali, mentre la Ottopiù Street Band farà un’incursione musicale tra la gente che affolla il mercato cittadino. Nel pomeriggio un manipolo di musicisti invaderà la spiaggia servendo ai bagnanti una “macedonia” a base di note, improvvisazioni e coinvolgenti balletti. All’imbrunire, prima di immergersi nella magia degli spettacoli serali, si potranno gustare i tradizionali “pip e patat” preparati con la maestria culinaria delle donne strongolesi. A bagnare l’imperdibile piatto petelino, ci saranno i migliori vini del crotonese, dal Cirò al Melissa fino al Val di Neto. Alle ore 22,00 si partirà con gli spettacoli di Piazza Magna Grecia dove si esibiranno gli affermati LestoFunky, una street band romana dalle potenti sonorità, e le ipnotiche danzatrici del gruppo Harem - Il Tempio delle Odalische di Cosenza che restituiranno la danza del ventre alla dea della fertilità a cui l’ha sottratta la tentazione turistica e commerciale. Allo scoccare della mezzanotte largo ai Tammurinari della Sila che, coi loro ritmi forsennati, daranno la stura alle capriole, alle piroette e ai fuochi del Ciuccio Pirotecnico. A seguire tutti sulla spiaggia del lungomare dove il Festival proseguirà per tutta la notte con artisti a sorpresa, musica, balli, racconti e bagni notturni, in attesa di vedere l’alba spuntare dal bellissimo mare della baia di Strongoli e annusare l’odore del caffè che dalle case arriva fino in spiaggia. Durante la giornata del Festival ci saranno altri eventi di cornice tra cui un’estemporanea di pittura con un gruppo di giovani pittori delle scuole artistiche del crotonese e la presenza di vari graffitari che cercheranno di individuare spazi murari da trasformare in opere d’arte. Insomma, cerchiamo di seminare bellezza… 


Stefania Leotta
Ad organizzare il festival è l’associazione Controvento che tu presiedi. Dicci qualcosa della vostra realtà e come nasce poi l’idea di portare avanti un festival dal programma anche coraggioso per un piccolo paese…
Il Suoni di Strada Strongoli Festival nasce per caso durante una passeggiata tra amici sul lungomare cittadino, da un'idea di Ciro D'Alò, leader della Otto più Street Band, che quella sera di primavera del 2016, volle condividere un suo sogno e di quel sogno farne un evento straordinario. L'Associazione Strongoli Controvento che io presiedo ha avuto il coraggio di realizzare, in pochi mesi, un festival ambizioso che, seppur in una  piccola realtà di paese, ha voglia di crescere ancora, "di fare" e di "fare bene insieme" anche in collaborazione con altre associazioni presenti sul territorio e non.

State contando praticamente solo sulle vostre risorse e su quelle di amici e sostenitori spontanei . E’ faticoso portare avanti un progetto in questo modo?
Il sostegno sia quest'anno che l'anno scorso ci viene sia dall'Amministrazione Comunale di Strongoli che dai sostenitori del festival e dagli amici vicini e lontani che apprezzano il nostro impegno ed amano il proprio paese. E' per noi questo un modo di fare "cittadinanza attiva" perchè quando si organizza un evento di questa portata, affinchè possa riuscire bene, ognuno è chiamato a mettere a disposizione quello che ha e quello che può: c'è chi mette a disposizione l'ingegno, chi il proprio tempo libero, chi la propria forza lavoro, chi i propri soldini...è questa la formula vincente del nostro Festival!

Sappiamo che il motore, l’anima pulsante di tutto questo interessante festival è costituita da donne. Come sempre le più tenaci, quelle con più energia a portare avanti progetti nuovi, che possono sembrare difficili da far radicare in un territorio che vive di certe tradizioni artistiche 
Si è vero, l'Associazione Strongoli Controvento è stata fortemente voluta da noi otto donne, grintose e caparbie, che formiamo il Direttivo e che in un paese fortemente legato alle tradizioni abbiamo voluto portare una ventata di aria fresca, un'idea artistica innovativa e rivoluzionaria che, devo dire, il paese ha accolto con enorme successo. Il nome stesso dell'Associazione Strongoli Controvento sta ad indicare proprio questo desiderio di andare "contro" la corrente comune, contro le ovvietà, contro l'appiattimento e la prevedibilità...i nostri eventi (dall'idea, alla scenografia, alla grafica, alla comunicazione) non sono mai scontati, ma innovativi ed originali e riescono sempre a stupire e ad entusiasmare il pubblico dei grandi e dei piccini.
by Margot Frank



Justus, le api e il senso della vita nel nuovo libro di Hellmann<br><small> by Alberto Molinari</small>


"Justus è un bambino con idee esplosive per cambiare il mondo. Ma il mondo aveva davvero bisogno di essere cambiato?"
L'albo di Alessandro Hellmann, illustrato con sensibilità e grazia da Ivano A. Antonazzo e appena pubblicato da Impressioni Grafiche, ruota intorno a questo dilemma, raccontando - per dirla con le parole di Francesco Panella, figura di rilievo nel campo dell'apicoltura in Italia - "la storia di un grande scienziato, Justus von Liebig, che cercò la risposta a una delle domande di sempre di noi uomini: come garantirsi più cibo."
Continua Panella: "Da tanto, tantissimo, tempo noi umani cerchiamo - e molto riusciamo - a dominare e comandare ciò che ci circonda per coprirci, scaldarci, nutrirci, divertirci… E l’idea rivoluzionaria di Justus - trasformare i campi in una fabbrica da dominare con chimica e meccanica - ci ha in effetti permesso, per un po’, di produrre più cibo. Ma, come Justus capì al termine della sua vita, ciò che crea e dona la fertilità nel vivente è assai più complesso, composito e interconnesso di quanto l’uomo potrà mai comandare e governare.  La vita e la fertilità necessitano, infatti, di fenomeni grandi ed evidenti così come nascosti e solo apparentemente insignificanti: il vento, la pioggia, i raggi del sole, le lucciole, i vermi, i batteri, le stagioni, ecc… Fenomeni e forme di vita che l’uomo non solo non potrà mai dominare, ma che deve star ben attento a non danneggiare o ancor peggio a sterminare. Fare agricoltura vuol dire saper essere in armonia con il resto del vivente, non distruggerlo.” 
Il libro prende spunto dal tema narrativo che percorre "La solitudine dell'ape", un racconto-canzone messo in scena da Andrea Pierdicca e Yo Yo Mundi e scritto dagli stessi Hellmann e Pierdicca e da Antonio Tancredi, in cui si affronta il tema della strage di api risalendo il corso della storia fino allo snodo dell'introduzione della chimica in agricoltura.

Dopo aver raccontato per i tipi di Stampa Alternativa la lotta dei Valbormidesi contro l'Acna di Cengio, la storia della rivoluzione cubana e la vicenda misteriosa del cristo dell'Amiata David Lazzaretti, recentemente ripresa in teatro da Simone Cristicchi, Hellmann traccia con la consueta partecipazione, ironia e toccante semplicità una storia vera talmente esemplare ed istruttiva da sembrare opera di fantasia: "una favola buona per tutti" - la definisce Paolo Archetti Maestri - "ma buonissima per i bimbi svegli che diventeranno adulti e per gli adulti curiosi, quelli che riusciranno a rimanere per sempre acerbi."


by di Alberto Molinari

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