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Ujig, Delta: la libertà di essere una differenza

Con Delta, gli Ujig proseguono un percorso musicale che in oltre dieci anni di attività, li ha portati a sviluppare un linguaggio personale, libero da confini stilistici rigidi. Pubblicato nel 2025, l’album arriva ora nella nuova edizione italiana, in uscita il 9 ottobre per Luminol Records, con distribuzione Ma.Ra.Cash/Self. Un lavoro che raccoglie e rilancia la ricerca avviata con il disco d’esordio, 8 out of 8, mettendo in evidenza l’evoluzione di una band che ha fatto della sperimentazione uno degli elementi centrali della propria identità sonora.

Il quartetto è un organismo in cui i ruoli si intrecciano più che dividersi: Konstantin Kräutler alla batteria, Edoardo Maggioni alle tastiere, Marco Leo alle chitarre, Cesare Pizzetti al basso. Quello che ne esce è un linguaggio che non somiglia a una somma di ingredienti. Jazz contemporaneo, fusion, progressive, elettronica e improvvisazione convivono senza che nessuno debba chiedere permesso agli altri. Chi ha ascoltato musica abbastanza a lungo sa quanto sia raro: di solito le contaminazioni dichiarate sono una pietanza condita a posteriori, qui l’impressione è che la miscela sia il punto di partenza.

Il cuore dell’album sta nel titolo. In matematica il delta è una differenza, e gli Ujig ne fanno una piccola dichiarazione di poetica: la differenza come ciò che rende ciascuno unico e irripetibile, un patrimonio da difendere in un tempo che premia l’omologazione. Dietro c’è un’osservazione che suona terribilmente attuale. Viviamo circondati da numeri, il saldo sul conto, il valore economico, gli ascolti collezionati da un artista, e finiamo per ridurre persone e cose a una cifra. La musica, dicono i quattro, può permettersi di giocare con quei numeri invece di subirli. Mi piace che non ne facciano un proclama: il discorso resta nelle pieghe del disco, nel rifiuto di fermarsi a una formula, senza trasformarsi in un manifesto da leggere prima dell’ascolto.

La nuova edizione si regge su due aggiunte che fanno un lavoro opposto e complementare. Deep Dub Bop, uscito il 25 maggio nel centenario della nascita di Miles Davis, è l’omaggio al musicista che più di ogni altro ha formato gli Ujig. Il titolo strizza l’occhio a Doo-Bop, l’ultimo disco di Davis, pubblicato postumo, ma il bersaglio vero è un altro: non lo stile di un’epoca, bensì la smania di Miles di non considerare mai chiuso un percorso, di rimettere in discussione le proprie coordinate album dopo album. Nel brano si sentono rimandi a So What e a Tutu, che la band indica come due snodi emblematici del passaggio del jazz dalle atmosfere modali alla fusion. Il punto, però, è come li usa: gli Ujig non si accontentano di citare, intervengono sulla materia, accostano ambientazioni diverse con la libertà di chi ha capito la lezione, che non era imitare Davis ma comportarsi come lui. La tromba di Lorenzo Cimino, amico della band, porta al pezzo una densità ulteriore, e ogni omaggio al «principe delle tenebre» senza una tromba sarebbe stato, diciamolo, una cosa strana.

Zorua (Zoroark version) sposta l’asse altrove. Riprende un brano già presente in Delta e lo rilegge in chiave più heavy, più prodotta, più incisiva. Il titolo viene dal mondo dei mostriciattoli giapponesi, un filone che gli Ujig coltivano dal 2021 con Pokemon Shock, e che qui assume il senso di una trasformazione: Zorua che diventa Zoroark, più aggressivo e variopinto. Il contrasto che regge il pezzo è quello tra la tromba di Cimino, che espone il tema all’unisono con la chitarra di Marco Leo, e le sonorità più dure attorno: da una parte aperture melodiche di sapore jazzistico, dall’altra tensione ritmica che non concede tregua. Il riff principale guarda al linguaggio di Tigran Hamasyan, filtrato da una sensibilità più elettronica e muscolare. Nella parte solistica la chitarra di Leo si fa più progressive e cinematica, mentre il pianoforte di Maggioni porta sfumature jazz e free. Se il Davis di Deep Dub Bop è un maestro da interrogare, qui la band si interroga da sola, e fa una cosa che i gruppi spesso temono: tornare su un proprio pezzo per renderlo un’altra cosa.

Messe una accanto all’altra, le due tracce raccontano la stessa urgenza da angolazioni diverse: la fedeltà a un’eredità attraverso il suo tradimento creativo, e la voglia di forzare i propri confini da dentro. Intorno a loro l’album conserva la ricchezza delle collaborazioni, con Fabrizio Bosso alla tromba e Paola Folli alla voce, presenze che allargano lo sguardo del quartetto senza snaturarlo. Chi ama il vinile troverà anche un QR code per scaricare in WAV le due tracce inedite, dettaglio pratico ma non trascurabile.

Resta l’idea da cui tutto parte, quella di un jazz, un prog, una fusione che non siano etichette ma conseguenze. «Prog, jazz, fusion, pop» servono ai negozi e alle piattaforme, non a chi compone. Miles faceva la sua musica e solo dopo qualcuno le dava un nome, e gli Ujig sembrano volerlo ricordare con tenacia gentile. Io, che di etichette ne ho appiccicate parecchie in una vita di dischi, ammetto di essere stata più volte tentata di cercarne una per Delta. Poi ho lasciato perdere, e mi è sembrato il complimento migliore che potessi fargli. Una musica che si concede di sbagliare, cambiare strada e restare diversa da tutto il resto non chiede di essere contata: chiede solo di essere ascoltata.

Irene Santopadre

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