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Come si racconta un dolore che non può essere superato: Come superare la perdita – In viaggio col Buddha di Giulio Cesare Giacobbe

Negli ultimi anni la narrativa del lutto ha conosciuto, anche in Italia, una fortuna editoriale crescente, spesso accompagnata da un rischio speculare: quello di trasformare il dolore in un genere con le sue convenzioni, le sue tappe obbligate, il suo lessico rassicurante. Come superare la perdita – In viaggio col Buddha di Giulio Cesare Giacobbe, pubblicato da Crêuza de Mä Edizioni, va valutato proprio a partire da questa cornice, perché è nel modo in cui si discosta da certe convenzioni del genere, più che nella vicenda che racconta, che si misura il suo reale interesse letterario.

Va detto subito che il libro non si lascia catalogare con facilità e questa resistenza alla classificazione è forse il suo elemento più significativo dal punto di vista critico. Non è un memoir nel senso stretto, perché la componente teorica, quella psicologica e quella di studio delle tradizioni spirituali orientali, ha un peso specifico troppo consistente per essere ridotta a sfondo narrativo. Non è nemmeno un saggio divulgativo, perché la voce autoriale non mantiene mai la distanza di chi osserva un fenomeno dall’esterno. Si colloca in una zona intermedia, ibrida, in cui il sapere clinico dello psicologo e la voce ferita del padre convivono senza che l’uno riesca mai davvero a mettere ordine nell’altro: ed è probabilmente questa tensione irrisolta, più che una sintesi armonica, il vero motore del libro.

Sul piano dei contenuti, la materia autobiografica, la morte del figlio Yuri, funziona meno come confessione da condividere e più come innesco per una domanda che eccede l’esperienza individuale: cosa resta a disposizione di un essere umano quando l’evento che lo ha colpito non può, per definizione, essere risolto o superato in senso tecnico? Giacobbe non prova a rispondere con gli strumenti della psicologia clinica che pure conosce bene, e questa è una scelta che merita di essere sottolineata: sceglie invece di mettere in scena un percorso, affidando al viaggio, reale e fisico attraverso India, Tibet, Nepal, Cina e Tunisia, il compito che nessuna teoria potrebbe assolvere da sola. È un impianto narrativo rischioso, perché espone il libro al pericolo dell’esotismo consolatorio, del paesaggio orientale come sfondo pittoresco per un dolore occidentale; un rischio che l’autore, va detto, riesce in gran parte a evitare, ancorando ogni tappa a un’esperienza concreta di pratica, silenzio o incontro, piuttosto che a una semplice cartolina di viaggio.

Diverso, e più delicato da valutare, è il ricorso alla filosofia buddhista come chiave interpretativa del dolore. Il libro non la tratta come sistema di credenze da abbracciare in blocco, né come tecnica terapeutica da applicare meccanicamente: la utilizza piuttosto come lente, come possibilità di spostare lo sguardo su un’esperienza che, osservata solo con gli strumenti della psicologia occidentale, rischierebbe di restare intrappolata nella logica del sintomo da risolvere. È una scelta che colloca il libro in un dialogo interessante con una parte della psicologia contemporanea più aperta alle pratiche contemplative, senza però scadere nel linguaggio ormai logoro della mindfulness da consumo rapido.

La prosa di Giacobbe merita una nota a parte, perché è forse l’aspetto in cui il mestiere dell’autore – decenni di scrittura divulgativa alle spalle – si fa più evidente e, insieme, più utile all’economia del libro. La sintassi piana, l’assenza quasi totale di gergo tecnico, la scelta di non indulgere mai troppo a lungo sul pathos, tengono il testo lontano tanto dall’afflato lirico quanto dal manuale d’autoaiuto. È una scrittura funzionale più che ricercata, e proprio per questo capace di reggere un contenuto altrimenti difficile da sostenere per centosessantotto pagine.

Sul piano simbolico, la figura del Buddha che accompagna il narratore, e che più volte nel testo si sovrappone al ricordo del figlio scomparso, rappresenta forse la soluzione narrativa più efficace del libro: non un artificio decorativo, ma un dispositivo che permette all’autore di mantenere aperto, sul piano della scrittura, un dialogo che la realtà ha reso impossibile.

Da segnalare, infine, la scelta editoriale di affiancare al volume un contenuto audiovisivo accessibile tramite QR code, l’intervista In viaggio con Giacobbe: operazione che conferma la linea di Crêuza de Mä, già sperimentata in altre uscite del catalogo, di non considerare il libro come oggetto concluso in sé, ma come punto di accesso a un ecosistema più ampio di contenuti e linguaggi.

Resta, a lettura conclusa, una domanda più che una risposta: se un’opera così legata a un’esperienza irripetibile e specifica possa davvero parlare a chi non l’ha vissuta, o se il suo valore resti in fondo circoscritto a chi si riconosce in quella stessa ferita. La risposta di Giacobbe, implicita in tutto il libro, è che il dolore, per quanto sempre individuale, apra su una condizione condivisa; ed è probabilmente in questa scommessa, non scontata, che va cercato il senso più autentico di Come superare la perdita – In viaggio col Buddha.

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