Cinema Recensione

The Craftsman: un atto di resistenza contro le tradizioni che scompaiono

Negli ultimi anni il documentario italiano ha riscoperto un terreno che sembrava appannaggio quasi esclusivo dell’antropologia accademica: quello dei mestieri artigianali, raccontati non più come folklore da conservare in una teca ma come forma viva di resistenza culturale. In questo filone, ancora incerto nei confini ma sempre più affollato, si inserisce The Craftsman, serie in cinque episodi diretta e prodotta da Elisa Imperi e Daniele Fiorucci, girata in Umbria e distribuita da Emera Film. Il dato produttivo, in questo caso, non è un dettaglio marginale: la serie nasce senza finanziamenti pubblici, realizzata investendo — come dichiarano gli stessi autori — “l’unica moneta che avevamo: il nostro tempo”. È un’informazione che va tenuta a mente lungo tutta la visione, perché racconta implicitamente anche il tema del film: la scommessa di due autori indipendenti sul valore di un sapere lento in un’epoca che non ha più voglia di aspettare. Arriva, questa operazione, in un momento tutt’altro che casuale: il sapere artigianale italiano sta scomparendo con le ultime generazioni che lo custodiscono, e ogni bottega che chiude porta con sé competenze che nessuna scuola potrà più trasmettere allo stesso modo.

Sul piano registico, la scelta più significativa di Imperi e Fiorucci è quella di sottrarsi a due tentazioni opposte ma egualmente insidiose: l’esaltazione retorica della bravura, che trasformerebbe gli artigiani in eroi da celebrare con toni epici, e il compiacimento estetico fine a se stesso, che ridurrebbe le botteghe a set fotogenici da cartolina. L’approccio è invece immersivo e discreto: la macchina da presa si mette da parte, lascia che siano gli artigiani, i loro silenzi e i rumori dei laboratori a condurre la narrazione. Il montaggio, di conseguenza, non si limita a mostrare il tempo del mestiere ma cerca di farlo sentire, restituendo un ritmo lento, quasi meditativo, che chiede allo spettatore un atto di adattamento non scontato: rallentare a propria volta, accettare che una lavorazione richieda minuti interi di schermo prima di arrivare a compimento.

La struttura in cinque episodi funziona come un percorso di avvicinamento progressivo a materiali e sensibilità diverse. Si comincia con l’orafa Valentina Monsignori, il cui rapporto con il metallo prezioso è quello di chi maneggia un materiale che porta già con sé un valore, e deve guadagnarsi il diritto di trasformarlo senza sciuparlo. Si passa poi ad Alberto Alunni, scultore del ferro il cui episodio ribalta le aspettative: la sua bottega dialoga con la natura circostante più che chiudersi in un capannone industriale, e il ferro piegato dal fuoco diventa quasi un prolungamento organico del paesaggio. Il terzo capitolo, dedicato al liutaio Federico Falaschi, introduce un rapporto con la materia ancora diverso, fatto di pazienza estrema: il legno grezzo che diventa cassa armonica richiede mesi, non ore, e l’episodio rende bene questa dilatazione temporale. Il quarto episodio, che riunisce Pierluigi Penzo e Angelita Francescangeli, sposta l’attenzione sul vetro e su un’eredità che si tramanda in famiglia, aggiungendo al racconto la dimensione degli affetti oltre che della tecnica. L’episodio conclusivo, corale, riunisce tutti e cinque i protagonisti in un confronto diretto sul rischio di estinzione della propria categoria: qui la serie abbandona per una volta l’osservazione silenziosa e lascia parlare apertamente gli artigiani, che pure in mezzo alle difficoltà ribadiscono con convinzione le ragioni per cui continuano a scegliere quel lavoro.

Vale la pena soffermarsi sul rapporto tra ambizione tecnica e condizioni produttive, perché è qui che si misura la vera scommessa di The Craftsman. Girare in 4K DCI e mixare in Dolby Atmos sono scelte che appartengono normalmente a produzioni di ben altro respiro economico, non a un documentario nato senza un euro di finanziamento pubblico: il fatto che due autori indipendenti abbiano scelto comunque questi standard, anziché accontentarsi di un formato più economico e più consono a una distribuzione essenzialmente digitale, dice qualcosa sulla loro idea di cosa sia dovuto a un soggetto come questo. Non si tratta di sfoggio tecnico fine a se stesso, ma di una dichiarazione implicita: i gesti raccontati meritano lo stesso rigore formale che si riserverebbe a un soggetto “nobile” del documentario d’autore, non il trattamento sbrigativo spesso riservato ai racconti di mestiere. La fotografia, coerente con l’assunto di partenza — il passaggio dal materiale grezzo al pezzo finito —, evita però la tentazione, tipica di molte produzioni patinate sul tema, di trasformare ogni inquadratura in un catalogo pubblicitario: la resa è pulita ma mai levigata, e lascia intatta la ruvidità dei luoghi. Le musiche di Gregorio Paffi, dal canto loro, scelgono la strada meno scontata: non sottolineano enfaticamente i momenti-chiave, come farebbe una colonna sonora da documentario televisivo generalista, ma restano sullo sfondo, cedendo il primo piano ai rumori di lavorazione, che qui hanno più valore drammaturgico della partitura stessa.

Il giudizio complessivo non può prescindere da un limite reale: il ritmo contemplativo scelto dagli autori, per quanto coerente con l’intento dichiarato, rischia di risultare ostico per un pubblico abituato a montaggi più serrati e a una narrazione più immediatamente esplicativa. Chi cerca informazioni tecniche puntuali sui mestieri raccontati potrebbe uscirne parzialmente insoddisfatto, poiché la serie preferisce l’atmosfera alla didascalia. Detto questo, il valore dell’operazione va misurato più sul piano culturale che su quello del puro intrattenimento: The Craftsman ha il merito di documentare, con onestà e senza retorica, un patrimonio di competenze che rischia concretamente di sparire, restituendo dignità a chi lo custodisce ancora. Non tutti i documentari hanno bisogno di intrattenere per essere necessari, e questo è uno di quei casi in cui la necessità viene prima dello spettacolo.

Irene Santopadre

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