La voce di Giorgio Lo Cascio riemerge da un nastro che si credeva perduto
Non è il momento – Live in Ansedonia 1980 restituisce al pubblico un inedito di Giorgio Lo Cascio: non una tradizionale uscita discografica, ma il recupero di una registrazione privata realizzata nel giugno del 1980 ad Ansedonia, sulla costa toscana, e rimasta creduta perduta per oltre quarant’anni. Il progetto nasce dal ritrovamento della musicassetta originale conservata da Francesco Di Giovanni, che allora era al fianco di Lo Cascio nell’esibizione, e dal successivo intervento di restauro audio realizzato, proprio per volontà di DI Giovanni, da Stefano Sanguigni, che ha reso nuovamente fruibile un documento sonoro di straordinario valore storico. La pubblicazione restituisce al pubblico uno spaccato autentico della scena cantautorale romana dell’epoca, offrendo la testimonianza diretta di un incontro musicale nato fuori da qualsiasi logica produttiva o commerciale.
La registrazione risale al giugno del 1980 e documenta un incontro tra amici più che una vera seduta di registrazione. In una casa di famiglia ad Ansedonia, attorno a Giorgio Lo Cascio — autore e interprete di una decina di brani — si riunisce un gruppo di musicisti legati da una lunga consuetudine artistica: Francesco Di Giovanni alla chitarra, il fratello Enrico al basso elettrico e al contrabbasso, Luigi “Gigi” Santucci al piano elettrico e Roberto Giannotti alla batteria. Un’intesa maturata anche durante precedenti esperienze musicali condivise in Tunisia e che qui si traduce in arrangiamenti costruiti sul momento, “di getto”, come ricordava lo stesso Di Giovanni, per il quale quelle giornate rappresentavano anzitutto il piacere di fare musica insieme, prima ancora di qualsiasi finalità professionale.
Non si tratta di un’uscita discografica nel senso convenzionale del termine, quanto piuttosto del ritrovamento di un reperto che per oltre quarant’anni si è creduto disperso. Non è il momento – Live in Ansedonia 1980 non nasce come disco: nasce come traccia residua di un incontro privato, e solo la sorte — unita alla lungimiranza di chi ha voluto conservarla — l’ha fatta arrivare fino a noi. Ascoltarlo oggi significa accostarsi a un documento prima ancora che a un’opera, e va considerato con gli stessi criteri con cui si osserva un nastro d’archivio, non un prodotto concepito per il mercato.
La vicenda del recupero merita un capitolo a parte, perché appartiene a quella storia sommersa delle registrazioni informali che periodicamente riaffiora nella musica d’autore e nel jazz: i nastri di session private che per decenni rimangono custoditi in cantine e soffitte prima che qualcuno decida di salvarli. Anche in questo caso il supporto era fragile: una musicassetta esposta al naturale degrado del tempo e del nastro magnetico. La decisione di intervenire prima che il deterioramento diventasse irreversibile ha richiesto un delicato lavoro di restauro audio, affidato a Stefano Sanguigni, che non ha cercato una pulizia artificiale del suono, ma ha privilegiato la restituzione dell’integrità del documento, preservandone anche quelle imperfezioni che ne attestano l’autenticità.
La registrazione risale al giugno del 1980 e documenta un incontro tra amici più che una vera seduta di registrazione. In una casa di famiglia ad Ansedonia, attorno a Giorgio Lo Cascio — autore e interprete di una decina di brani — si riunisce un gruppo di musicisti legati da una lunga consuetudine artistica: Francesco Di Giovanni alla chitarra, il fratello Enrico al basso elettrico e al contrabbasso, Luigi “Gigi” Santucci al piano elettrico e Roberto Giannotti alla batteria. Un’intesa maturata anche durante precedenti esperienze musicali condivise in Tunisia e che qui si traduce in arrangiamenti costruiti sul momento, “di getto”, come ricordava lo stesso Di Giovanni, per il quale quelle giornate rappresentavano anzitutto il piacere di fare musica insieme, prima ancora di qualsiasi finalità professionale.
Il risultato è un suono denso di influenze funk e black music, attraversato da aperture armoniche jazzistiche e da un marcato timbro blues, che dialoga con la scrittura di Giorgio Lo Cascio, figura profondamente legata all’esperienza del Folkstudio romano e alla lezione della migliore canzone d’autore italiana.
Avere oggi accesso a una registrazione sottratta a ogni logica di produzione e di post-produzione significa poter osservare da vicino il laboratorio informale in cui la canzone d’autore romana ha talvolta trovato le sue espressioni più spontanee. Nulla, in questo nastro, era stato pensato per un pubblico; ed è forse proprio questa sua natura privata a restituire, con rara sincerità, il suono di un’epoca, di un gruppo di musicisti e di un’amicizia.
Andrea Prosperi
