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Radici che restano: il tempo, la memoria e il futuro del bosco in Forest – Il futuro ha radici antiche

Forest – Il futuro ha radici antiche arriva nelle sale con un’urgenza che si avverte fin dai primi minuti, quella di chi il bosco non lo racconta da turista della macchina da presa ma da cronista di lungo corso della montagna. Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon, che a questi territori fragili e ad alto rischio hanno già dedicato altri lavori, approdano sul Monte Meletta, nel Comune di Gallio, per raccontare una ferita precisa e ancora aperta: la tempesta Vaia, e il bostrico che nel disastro ha trovato terreno fertile per proliferare, in un cortocircuito ecologico che il film osserva senza mai scadere nel giudizio facile, superando quella contrapposizione un po’ comoda tra ambientalismo e gestione forestale che spesso appiattisce il dibattito pubblico su questi temi. A produrre e distribuire questo progetto è Cineblend, realtà che ha saputo riconoscere nel racconto dei due autori non un semplice documentario ambientale ma un’occasione culturale più ampia.

Sotto la superficie narrativa fatta di motoseghe, dispositivi di protezione e sopralluoghi tecnici, scorre un discorso più segreto e più vero: quello sul tempo. Il tempo lento, quasi geologico, con cui un albero cresce, contro il tempo rapidissimo con cui un clima impazzito può disfare secoli di equilibrio. E poi c’è un altro tempo, ancora più fragile perché tutto umano: quello dell’apprendistato.

Filippo, Melani, Silvia e Tommaso, i quattro giovani corsisti seguiti dal documentario, non imparano soltanto una tecnica di taglio o una procedura di sicurezza. Imparano a leggere segnali che i loro istruttori, i fratelli Michele e Giorgio Sambugaro, portano scritti nel corpo prima ancora che nella mente: un sapere tramandato per via orale, di sguardo in sguardo, di maestro in allievo, che oggi rischia l’interruzione se non trova mani disposte a riceverlo. Ed è proprio qui che il film si gioca la sua parte più onesta: Lorenzato e Zarpellon raccontano questo passaggio di consegne senza mai cedere alla retorica del mestiere antico che si perde, restituendo invece, con uno sguardo sobrio e quasi cronachistico, la dignità di un lavoro che cambia pelle senza tradire se stesso, un mestiere che oggi si confronta con la ricerca, la tecnologia, una nuova cultura della sicurezza.

In questo aggiornamento trova posto anche la parte del racconto dedicata ai dispositivi di protezione, che i registi stessi definiscono non un semplice prodotto ma uno strumento indispensabile per chi lavora in prima linea, il frutto di un dialogo necessario tra ambiente, formazione e lavoro. Non è un dettaglio marginale: è la prova che il film non vuole soltanto denunciare una fragilità ambientale, vuole prima di tutto custodire una continuità, far sì che il sapere dei Sambugaro non resti un patrimonio isolato ma diventi eredità condivisa.

A sorreggere tutto questo c’è una fotografia attenta alle sfumature cromatiche del bosco, che sa restituire tanto la luce ferma di un sottobosco quanto la fatica concreta del lavoro, e un montaggio che alterna con naturalezza l’osservazione, il gesto tecnico e il racconto umano, senza mai forzare la mano verso il documentario a tesi. È un equilibrio che si sente, quello tra divulgazione e immersione, tra la voce competente degli esperti e l’esperienza diretta dei protagonisti.

Resta, alla fine della visione, la sensazione di aver assistito a qualcosa che va oltre il documentario di settore. Un film che non offre risposte consolatorie, ma lascia allo spettatore il peso di una domanda aperta: chi, domani, saprà ancora leggere quei segnali invisibili e prendersi cura di radici che il tempo non ha mai smesso di trasformare.

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