C’è un senso di ritorno e di rinascita nell’ascoltare Di Visioni Musicali, il nuovo album del Rhapsódija Trio, pubblicato da Sensible Records / Edizione Ishtar.
Dopo più di trent’anni di viaggio nella musica e otto album alle spalle, Nadio Marenco, Luigi Maione e Adalberto Ferrari tornano a intrecciare le loro voci strumentali in un lavoro che racchiude, con pudore e intensità, la memoria e la visione di un lungo percorso artistico.
È un disco che nasce dall’urgenza di ricomporre i frammenti di un mondo — come già suggeriva il precedente Un mondo, a pezzi — e di farlo attraverso la musica come lingua universale, capace di superare confini e appartenenze.
Il primo ascolto sorprende per la sua forza emotiva e per la capacità rara di evocare luoghi lontani e sentimenti vicinissimi: ogni brano è una porta socchiusa su una geografia interiore in cui jazz, tradizione klezmer, melodie italiane ed echi balcanici si incontrano senza mai scontrarsi, fondendosi in un unico respiro.
L’esperienza sonora è come un mosaico di colori e tensioni che si rincorrono, con la fisarmonica di Marenco a disegnare orizzonti, le chitarre e la voce di Maione a dare corpo e carne, i clarinetti e i fiati di Ferrari a scavare nell’anima delle melodie.

In For Gégé il trio mostra subito la propria vocazione all’imprevedibile: il brano si muove tra jazz e rock con l’energia di un dialogo continuo, un botta e risposta di voci che non cercano la perfezione ma la verità del suonare insieme.
Viazoy riporta la memoria alla musica klezmer, ma la elettrizza con l’inserimento audace della chitarra distorta, mentre Papirossn, con la sua apertura quasi prog, si fa teatro d’emozioni sospese, dove ogni nota è una parola detta e subito ritratta. Poi c’è Czarda,che danza e sorride, attraversata da ironia e leggerezza, e si chiude con la citazione disarmante di Volevo un gatto nero, come un ammiccamento al gioco della musica e della vita. La Maschera Rosa e Ballata da Teatro formano un dittico poetico: nella prima, la parola recitata si fa eco di un pensiero più grande, nella seconda la musica cammina “scalza tra i vicoli”, evocando immagini di saltimbanchi, di teatri all’aperto, di malinconie luminose.
Con Zapping, il trio attraversa i generi come chi cambia canale non per distrazione ma per curiosità: funk, urban, jazz, popolare — tutto scorre in un flusso libero, che racconta la musica contemporanea come libertà.
Arriva poi Nigun Null, un piccolo capolavoro di intimità e tensione, dove la musica sembra pregare più che suonare.
Der Gasn Nigun parte da un tema klezmer e lo trasfigura in una dimensione notturna e urbana: il clarinetto basso e la chitarra elettrica creano un’atmosfera rarefatta, quasi cinematografica.
Mazel Tov celebra la gioia del ritorno intrecciando klezmer, reggae e blues in un abbraccio sonoro che restituisce alla festa il suo significato originario: la condivisione.
Afasia e Monica chiudono idealmente il cerchio — la prima in equilibrio tra melodia italiana e improvvisazione, la seconda come un flusso di emozioni pure, senza regole né vincoli, solo poesia.
Infine Firn Di Mekhutonim Aheym trasforma una danza nuziale in un viaggio sospeso tra deserti e miraggi, chiudendo l’album con un respiro ampio e senza tempo.
Ascoltando Di Visioni Musicali si ha la sensazione di attraversare un territorio che non esiste sulle mappe, ma dentro chi ascolta. È un disco che non chiede di essere capito, ma sentito. Nella fusione di culture, ritmi e melodie, nel continuo gioco tra scrittura e improvvisazione, i Rhapsódija Trio trovano una voce personale, autentica, libera. E in quella libertà risiede la loro più grande visione: la musica come luogo d’incontro, come casa che accoglie ogni diversità e la trasforma in bellezza.